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Il processo ILVA di Taranto

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IL PROCESSO ILVA DI TARANTO

 

La questione della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche

 

di Mario Tagliaferro

 

Lo scorso 17 febbraio si è celebrato presso il Tribunale di Taranto il primo atto dell’incidente probatorio nel procedimento penale a carico dello stabilimento ILVA di Taranto.

Di fronte al GIP Patrizia Todisco i vertici dell’ILVA, Emiliano Riva, il figlio Nicola e tre dirigenti, rispondono delle accuse profilate dal Procuratore Sebastio e dal PM Buccoliero, la cui discovery parziale parla di disastro colposo e doloso, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, avvelenamento di sostanze alimentari, inquinamento atmosferico, danneggiamento aggravato di beni pubblici e sversamento di sostanze pericolose. In particolare, per i periti incaricati dalla Procura, dall’ILVA «si diffondono gas, vapori, sostanze aeriformi e solide contenenti sostanze pericolose per la salute dei lavoratori operanti all’interno degli impianti e per la popolazione». Preoccupa, inoltre, la dispersione nell’aria delle «sostanze non convogliate», cioè le fuoriuscite causate da perdite, buchi, crepe, carenze degli elettrofiltri, oltre alla polvere stoccata e non smaltita. Ed è per questi motivi che tra le ipotesi di misure cautelari reali al vaglio degli inquirenti vi è anche il sequestro di alcuni impianti ed in particolare della cokeria, con il conseguente rischio di chiusura.

E così, la settimana che era iniziata con la storica sentenza del Tribunale di Torino sul caso Eternit, trova eco nelle migliaia di persone che esprimevano la loro protesta al di fuori del Tribunale di Taranto.

La difesa dell’ILVA, lo stabilimento siderurgico che con i suoi 13.000 dipendenti circa ed un’estensione di oltre 15.000.000 di mq è il più grande d’Europa, è che l’azienda non ha mai violato i parametri di emissione.

La questione, insomma, è nota: le ragioni del lavoro e della sopravvivenza di un territorio altrimenti povero a confronto con la tutela di beni fondamentali quali la salute dei lavoratori, della popolazione e la tutela dell’ambiente.

Sul piano strettamente giuridico, però, il tema suscita inevitabilmente altre suggestioni stimolate dalle recenti riforme del D.lgs. n. 231/2001 in materia di responsabilità amministrativa delle persone giuridiche: parliamo, in particolare, degli aggiornamenti del catalogo dei reati presupposto della suddetta responsabilità amministrativa con l’introduzione dell’art. 25-septies (Omicidio colposo o lesioni gravi o gravissime commesse con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro) e dell’art.  25-undecies (Reati ambientali).

È noto che la normativa richiamata delinea un tertium genus di responsabilità dell’ente rispetto ai tradizionali canoni di responsabilità penale ed amministrativa, caratterizzato da una nuova forma di colpevolezza per omissione organizzativa e gestionale, meglio definita anche come colpa di organizzazione.

La persona giuridica, infatti, è chiamata a rispondere nel caso in cui una persona fisica, legata alla prima da un rapporto funzionale, abbia commesso, nell’interesse o a vantaggio di essa, uno dei c.d. reati presupposto di cui al capo I, sez. III del D. ls. 231/2001.

In particolare, se il reato presupposto è commesso da un soggetto in posizione apicale nell’interesse o a vantaggio dell’ente, quest’ultimo si presuppone responsabile ex art. 6 del D.lgs. 231/2001 a meno che, invertendo l’onere della prova, dimostri di aver adottato efficacemente un modello organizzativo e gestionale in grado di prevenire la commissione dei reati contestati alla persona fisica. Viceversa, qualora il reato presupposto è commesso da un soggetto in posizione subordinata, l’ente risulterà responsabile ex art. 7 solo laddove sia la pubblica accusa a dimostrare che la realizzazione dell’illecito sia stata resa possibile dall’inosservanza degli obblighi di direzione e vigilanza, ferma restando in capo alla persona giuridica la più ampia facoltà di fornire la prova liberatoria dell’adozione di un idoneo modello organizzativo.

Pertanto, benché da più parti si ripeta che la normativa non prevede alcuna forma di imposizione coattiva dei modelli organizzativi è evidente che il legislatore, col sistema esaminato, dà una decisa sterzata verso questa forma di autocontrollo dell’ente e verso una progressiva internalizzazione delle proprie inefficienze organizzative e di controllo, visto che l’adozione di un idoneo modello organizzativo rappresenta l’unica esimente di cui dispone la persona giuridica.

In caso contrario, infatti, l’affermazione di responsabilità comporta l’applicazione a carico dell’ente di sanzioni che possono anche metterne a rischio la solidità economica ed, in casi limite, lo stesso futuro aziendale: alla sanzione pecuniaria di cui all’art. 10, applicata per quote il cui numero, tra un minimo ed un massimo, viene determinato dal giudice tenendo conto della gravità del grado di responsabilità dell’ente ed il cui valore, sempre entro una forbice definita, è fissato invece sulla base delle condizioni economiche e patrimoniali, possono aggiungersi sanzioni accessorie come la confisca, la pubblicazione delle sentenza fino ad arrivare, nei casi più gravi, alle sanzioni interdittive di cui all’art. 9, comma 2, come il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, l’interdizione dall’esercizio dell’attività, la sospensione o la revoca delle autorizzazioni o licenze o concessioni funzionali all’esercizio dell’attività, l'esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l'eventuale revoca di quelli già concessi, il divieto di pubblicizzare beni o servizi.Senza trascurare la possibile applicazione delle misure cautelari di cui all’art. 45, che il pubblico ministero può richiedere quando sussistono gravi indizi della responsabilità dell'ente e vi sono fondati e specifici elementi che fanno ritenere concreto il pericolo che vengano commessi illeciti della stessa indole di quello per cui si procede. Tali misure possono consistere nell’applicazione di una delle sanzioni interdittive di cui all'articolo 9, comma 2, ed il giudice, che sulla richiesta provvede con ordinanza nella quale indica le modalità applicative, in luogo della misura cautelare interdittiva può anche nominare un commissario giudiziale a norma dell'art. 15 per un periodo pari alla durata della misura che sarebbe stata applicata.

È evidente, quindi, che si tratta di misure che, a seconda della gravità dell’illecito presupposto, rischiano di mettere in ginocchio l’ente che incorre in questa forma di responsabilità per omissione organizzativa e gestionale, con inevitabili ripercussioni sul piano della tutela degli stessi posti di lavoro.

Ciò posto, tornando al caso giudiziario da cui si son prese le mosse è interessante indagare se, accanto alle ipotesi di reato (di cui finora si è avuto notizia) che la Procura di Taranto profila a carico dei vertici dello stabilimento ILVA sia ipotizzabile o meno una contestazione di questa nuova forma di responsabilità dell’ente; il tutto anche alla luce del fatto che al momento, a livello nazionale, non si ha ancora conoscenza di incriminazioni di un ente per la commissione di uno dei reati ambientali di nuovissimo ingresso nel catalogo dei reati presupposto mediante l’art. 2 del D.lgs. 7 luglio 2011, n. 121.

È interessante, insomma, tentare di capire se, oltre all’affermazione della penale responsabilità delle persone fisiche oggi indagate, che dirigono lo stabilimento, con prevedibili ricadute in ordine alle richieste risarcitorie che saranno verosimilmente avanzate dalle persone offese ammesse a costituirsi parte civile, possa profilarsi anche un’imputazione della persona giuridica, con evidenti possibili benefici sul piano della tutela della salute e dell’ambiente e contrapposti rischi sul piano occupazionale.

Non è difficile, infatti, immaginare che l’applicazione in via cautelare o con sentenza di condanna, o anche il solo rischio di sanzioni pecuniarie di rilevante entità e, più ancora, di sanzioni interdittive gravi (come l’interdizione dall’esercizio dell’attività prevista per lo sversamento doloso di materie inquinanti) sarebbero da un lato strumenti davvero efficaci nella rimozione delle fonti inquinanti, in grado cioè di indurre lo stabilimento tarantino ad adottare protocolli organizzativi seri e trasparenti nella prevenzione dei reati contro la salute e la sicurezza dei lavoratori e della popolazione nonché dei reati ambientali, ma dall’altro lato rischierebbero di decretare misure punitive tali da segnare anche uno stop dell’azienda, con evidenti ricadute occupazionali.Partendo dall’ambito soggettivo di applicazione del D.lgs. 231/2001 non sussistono dubbi sulla sua applicabilità allo stabilimento incriminato. Ai sensi dell’art. 3, infatti, la normativa riguarda gli «enti forniti di personalità giuridica e le società e associazioni anche prive di personalità giuridica». Non si applica, invece, «allo Stato, agli altri enti pubblici non economici, nonché agli enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale». Del pari, nessun dubbio pare potersi avanzare sul requisito della commissione del reato presupposto, visto che nelle fattispecie si profila la contestazione agli autori materiali tanto degli illeciti di cui al richiamato art. 25-septies in materia di tutela della salute e sicurezza sul lavoro (introdotti nel catalogo dall’art. 300, “Modifiche al decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231”, del D.lgs. 9 aprile 2008, n. 81) quanto almeno uno dei reati ambientali di cui all’art. art. 25-undecies (introdotto dall’art. 2 del D.lgs. 7 luglio 2011, n. 121 recante “Attuazione della direttiva 2008/99/CE sulla tutela penale dell’ambiente, nonché della direttiva 2009/123/CE che modifica la direttiva 2005/35/CE relativa all’inquinamento provocato dalle navi e all’introduzione di sanzioni per violazioni”), in particolare il superamento dei valori limite di qualità dell’aria previsti dalla vigente normativa (art. 279, comma 5, D.lgs. 3 aprile 2006, n. 152), così volendo trascurare altre ipotesi di reato in materia di bonifica di siti inquinati e di inquinamento idrico.Allo stesso tempo, la responsabilità dell’ente verrebbe connessa alla posizione funzionale rivestita dagli autori di tali reati che, nel nostro caso, sarebbero persone in posizione apicale in quanto rivestono funzioni di rappresentanza, amministrazione o gestione dell’ente. Per costoro, inoltre, che addirittura rappresentano la proprietà dello stabilimento, sarebbe agevole dimostrare l’aver agito nell’interesse o a vantaggio della propria azienda.

Perciò, dalle condizioni esaminate si evince che ci troveremmo a gravitare nell’orbita della responsabilità di cui all’art. 7 del citato decreto, secondo cui l’unico strumento utile per andare esente consisterebbe nella prova, da parte dell’ILVA, di aver adottato ed efficacemente attuato un modello organizzativo e gestionale di prevenzione dei reati in oggetto.

Ma che tipo di protocollo, in concreto, lo stabilimento dovrebbe provare di aver adottato per beneficiare di questa esimente?

La risposta non è semplice, in quanto un valido modello organizzativo dovrebbe essere un documento contenente un insieme di regole di condotta, pianificate secondo un sistema gerarchico di fonti che contempli norme primarie di settore (come l’art. 30 del D.lgs. 81/2008), norme tecniche (come le linee guida Uni-Inail o British Standard OHSAS sempre in materia di tutela della salute e sicurezza sul lavoro) e codici di autodisciplina e linee guida emesse dalla associazioni di categoria.Per cominciare, un idoneo modello organizzativo non può senz’altro prescindere da un contenuto minimo di regole volte quantomeno ad individuare la attività nelle quali possono essere commessi dei reati, prevedere protocolli per la prevenzione, definire modalità di gestione delle risorse finanziarie alla stessa finalizzate, prevedere un efficace trasferimento delle informazioni all’organismo autonomo di vigilanza, introdurre un sistema disciplinare per sanzionare il mancato rispetto delle misure.

Ciò posto, può comunque affermarsi che l’onere probatorio a carico dei vertici ILVA sarebbe tutto sommato difficile, ma non ancora diabolico per la commissione dei delitti di cui all’art. 25-septies in materia di tutela della salute e sicurezza sul lavoro. Al riguardo, infatti, è stato lo stesso legislatore del D.lgs. 81/2008 che, dopo aver preso atto dell’insufficienza della definizione di modello organizzativo fornita dall’art. 6  D.lgs. 231/01, ha facilitato il compito di imprenditori ed addetti ai lavori indicando dettagliatamente, all’art. 30, comma 5, il contenuto minimo dei modelli organizzativi nelle specifica materia.

In particolare, la norma richiama il rispetto degli standard tecnico-strutturali di legge relativi ad attrezzature, impianti, luoghi di lavoro, agenti chimici, fisici e biologici, attività di valutazione dei rischi e predisposizione di misure di prevenzione e protezione, organizzazione di primo soccorso, riunione periodiche di sicurezza, consultazione dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, sorveglianza sanitaria, informazione e formazione dei lavoratori.

Viene, inoltre, creata una commissione consultiva permanente presso il Ministero del Lavoro per l’elaborazione delle procedure semplificate per l’adozione ed attuazione dei modelli organizzativi, ma soprattutto, per la prima volta, viene sancita una presunzione di idoneità dei modelli organizzativi di cui al D.lgs. 231/2001 a condizione che siano conformi alle linee guida UNI-INAIL per un sistema di gestione della salute e sicurezza sul lavoro del 28 settembre 2001 o al British Standard OHSAS 18001-2007.

Ben più pernicioso, se non diabolico, sarebbe invece l’onere probatorio che i vertici dell’ILVA dovrebbero assolvere in ordine ai modelli organizzativi in materia ambientale. Ciò in quanto, a differenza di quanto appena esposto, il D.lgs. 121/2011 che introduce nel catalogo gli ecoreati, omette qualsiasi riferimento alle certificazioni volontarie ambientali ISO 14001-2004 ed al Regolamento comunitario 2009/1121/CE EMAS, che rappresenta un sistema di ecogestione e certificazione a cui le imprese con sede in territorio europeo possono volontariamente aderire.

Manca, insomma, qualsiasi parallelo con la disciplina del lavoro in grado di sancire una presunzione di conformità dei modelli organizzativi che l’ILVA dovesse pur aver adottato. Pertanto, in assenza di riferimenti, al giudice non resterebbe altro parametro che non lo stesso dato di realtà, rappresentato dall’eventuale integrazione dell’illecito ambientale e della conseguente affermazione della penale responsabilità.

Come a dire, salvo sorprese, la condanna degli imprenditori porterebbe con sé l’inevitabile affermazione della responsabilità amministrativa dell’ente, con inevitabili difficoltà del giudice nella gestione di quella “coperta corta” che si rivelerebbe l’operazione di dosimetria della pena, tirata in direzioni opposte dall’esigenza di contemperare la salute e l’ambiente da un lato ed i posti di lavoro dall’altro.  

Ultimo aggiornamento Martedì 03 Luglio 2012 09:51  

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