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L’ingiusto compromesso fra il diritto alla salute e il diritto al lavoro

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L’INGIUSTO COMPROMESSO FRA IL DIRITTO ALLA SALUTE E IL DIRITTO AL LAVORO 

di Tommaso Frendo* 

Riflessione giuridica 

[...]

In qualità di Coordinatore provinciale ONA Pisa, ringrazio i membri del Consiglio Direttivo del Comitato pisano che, ognuno nel proprio ambito professionale, attraverso l’entusiasmo e la passione che ognuno di noi nutre nel confronti della “verità”, a partire da quest’anno (il comitato è stato costituito in data 03/02/2013) si sono prefissati di “far proprie” le finalità statutarie dell’Osservatorio Nazionale Amianto.

Il nostro obbiettivo primario è quello di tutelare il diritto alla salute in ogni ambito di esplicazione della vita umana, promuovendo i diritti costituzionalmente garantiti, con particolare riferimento alla sfera del lavoratore.Ringrazio infine gli illustri relatori che si sono resi disponibili ed hanno accettato di trattare (sia da un punto di vista giuridico che sotto il profilo scientifico) questa tematica che assume una rilevanza tanto attuale quanto (purtroppo) futura. Dico futura in ragione della durata relativa all’incubazione delle malattie asbesto correlate che, come il Pubblico Ministero Dott. Maurizio Ascione insegna, ha reso e continua a rendere complicata l’individuazione di un profilo di responsabilità da attribuire in capo ad un determinato soggetto. Una tematica attuale, futura, spesso sottovalutata e che oggi più che mai trova alle proprie basi un ingiusto compromesso fra due diritti che, se non altro la nostra carta più importante, definisce come fondamentali.

Il Professor Gaetano Veneto, che ho avuto il piacere e l’onore di ascoltare ad un suo importante intervento lo scorso novembre a Roma presso la Camera dei Deputati, lo definiva un falso dilemma. Si, perché di un falso dilemma si tratta. Quando parliamo da una parte di “salute” e dall’altra parte di “lavoro”, non possiamo permetterci di cadere nell’alternativa che ci vede costretti a far si che un diritto sia sottomesso dall’altro.

Eppure l’art. 41 della nostra Costituzione parla molto chiaro: “L’iniziativa economica non può svolgersi in modo da recare danno alla sicurezza delle persone”.Da una parte vi è il diritto alla vita, ad avere salute.Un diritto così importante da non riguardare soltanto la sfera giuridica del singolo individuo, ma (proprio in ragione del suo carattere primario) fondamentale al punto di riflettersi sulla collettività, comprendendo quindi l’obbligo inderogabile di non porre a rischio la salute altrui attraverso la propria condotta. Un valore costituzionale supremo[1].

Dall’altra parte vi è il diritto al lavoro. Un diritto che magari, a primo impatto (e soprattutto di questi tempi), risulta un un pò meno simpatico, ma che se viene inteso nel suo senso più profondo (ed è così che dovrebbe essere inteso) non è che il diritto a realizzarsi essendo qualcosa, facendo qualcosa, dall’operaio al dirigente, per essere i protagonisti di una società e per cambiarla sempre in meglio.In fondo, è la stessa Costituzione[2] che attribuisce al lavoro il difficile incarico di sostenere la Repubblica Italiana, non soltanto ponendo il diritto al lavoro come “fondamenta” del nostro paese, ma salvaguardandolo attraverso la promozione di tutte quelle condizioni tali da rendere effettivo questo diritto nei confronti di tutti i cittadini[3]. Perché sia un “diritto vivo”, che concorra al progresso del nostro Paese. Nel cercare invano di trovare una risposta a questo dilemma, sforzandomi di osservare lo scenario con gli occhi del giurista, estremizzando (e ritengo che talvolta sia utile farlo per capire quella che è la reale posta in gioco) mi è venuto in mente un celebre romanzo di William Stayron dal titolo “La scelta di Sophie”[4]. Il romanzo racconta di come una giovane madre polacca di origini ebraiche fu deportata ad Auschwitz con i propri figli, per poi essere crudelmente costretta a scegliere dai nazisti quale fra i due figli far morire. Alla fine la giovane Sophie deciderà di salvare il figlio Jan sacrificando quindi la piccola Eva. Essa farà i conti con questa decisione per il resto della sua vita. Perché in realtà, anche se da un punto di vista aritmetico e razionale salvare una vita è sempre meglio che non salvarne nessuna, da un punto di vista etico e morale esistono scelte che per la loro natura non possono essere fatte[5].Tuttavia, nel riflettere ho capito che a trovarsi nella situazione della madre non vi era il giurista, bensì il lavoratore.Ma come può un lavoratore chiedersi (e mi riferisco a ciò che sta accadendo a Taranto “Caso Ilva” ma non solo) se preferisce morire di fame in pochi mesi piuttosto che di tumore fra venti anni, facendo ammalare anche sua moglie e magari i suoi figli? E allora, il compito di ogni giurista che si rispetti (inteso come legale, magistrato o studioso che sia) è quello di compiere la difficile operazione che consiste nel cercare di evitare di giungere a quella tragica scelta. Ciò dovrà essere fatto senza finzioni e false soluzioni. Senza fingere quindi di aver salvato entrambi i bambini quando in realtà uno dei due è stato sacrificato e sostituito con un fantoccio. Eppure, sia i progressi tecnologici che gli esempi di altri paesi europei, mostrano che non c’è alcun bisogno di contrapporre salute e lavoro. Anzi, il diritto alla salute e il diritto al lavoro possono e devono andare di pari passo, fondendosi quindi entrambi in un unico diritto, il diritto alla vita.

Il convegno di oggi, in un certo senso, sia attraverso la scienza che attraverso il diritto si prefigge anche questo. Cercando di fornire quella consapevolezza necessaria che serve per far si che questo ricatto non sia mai più tollerato. Perché come fa un giurista a scegliere quale fra questi due diritti far prevalere?Come può una madre decidere quale figlio sacrificare?

Vi ringrazio ancora e vi auguro di seguire un convegno piacevole e interessante.Grazie a voi.         



* Dalla relazione al Convegno giuridico: “Amianto tra scienza e diritto” organizzato presso la Scuola Superiore di Studi e di Perfezionamento Sant’Anna di Pisa, luglio 2013.
[1] Art. 32 Cost.
[2] Art. 1 Cost.
[3] Art. 4 Cost.
[4] W. Stayron, La scelta di Sophie (Sophie’s Choice), Mondadori, 2001.
[5] M. Marzano, L’Ilva e la trappola del falso dilemma, La Repubblica, 2012.
Ultimo aggiornamento Martedì 22 Ottobre 2013 16:01  

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