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Tutela degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali

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INTERVENTO DEL CONSIGLIO DI STATO IN MATERIA DI ASSICURAZIONE OBBLIGATORIA CONTRO GLI INFORTUNI SUL LAVORO E MALATTIE PROFESSIONALI - SENTENZA N. 1576 DEL 17.3.2009 E ANNULLAMENTO DELLA CIRCOLARE INAIL N. 73/2003 – ASPETTI PROBLEMATICI  

di Pierfrancesco Damasco  

Con la sentenza n. 1576 del 17.3.2009, il Consiglio di Stato si confronta nuovamente con il sistema assicurativo pubblico di tutela degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, sancendo principi che hanno creato spunti di riflessione e problematiche applicative.

La pronuncia infatti, ad una prima lettura, sembra suggerire, un percorso orientato in una direzione diametralmente opposta rispetto a quella individuata negli ultimi anni dalla Corte di Cassazione nella medesima materia (la tutela indennitaria delle malattie professionali).

Ha inoltre sollevato, come in tutti i casi di annullamento di Circolari organizzative, una serie di problematiche che attengono al profilo del confronto fra la trattazione della pratiche derivanti dalla denuncia di malattie professionali indotte da costrittività organizzativa, e la più ampia trattazione delle pratiche derivanti da denuncia di malattia professionale gestita dall’INAIL.

Il contemporaneo e successivo varo, nel maggio del 2008, del nuovo D.M. inerente la tabellazione di nuove m.p. e lavorazioni potenzialmente pericolose, rimasto estraneo alla vicenda giudiziaria che ci occupa, come pure la persistenza nel nostro sistema normativo dell’art. 139, comma 1, del T.U. 1124/65, hanno inoltre ingenerato numerosi dubbi sulla reale utilità pratica della pronuncia del marzo del 2009.

Proviamo, col presente lavoro, ad evidenziare gli elementi di contrasto che emergono fra la Giurisprudenza creata dal Consiglio di Stato con la sentenza in esame, e gli approdi più recenti cui era giunta la Corte di Cassazione quando si è occupata, a livello più ampio, della medesima vicenda; proveremo inoltre a evidenziare altri contrasti che emergono dal confronto fra la Giurisprudenza del Consiglio di Stato e quella della Corte di Cassazione quando si sono occupate della materia previdenziale gestita dall’INAIL; ed infine ci occuperemo del problema dell’utilità pratica della sentenza 1576 del 2009. 

Breve esame dei fatti di causa che hanno condotto alla sentenza n. 1576 del 17.3.2009 del Consiglio di Stato 

In data 17.12.2003 il Consiglio di Amministrazione dell’INAIL approvava la Circolare recante il n. 73, intitolata “Disturbi psichici da costrittività organizzativa sul lavoro. Rischio tutelato e diagnosi di malattia professionale. Modalità di trattazione delle pratiche”. A mezzo di detto atto normativo interno, l’Istituto emanava una serie di direttive organizzative concernenti l’uniforme trattazione sul territorio di quelle patologie che risultavano denunciate all’INAIL medesimo in quanto ritenute derivanti dall’organizzazione lavorativa ed aziendale, nonchè dal ciclo produttivo. Tali aspetti lavorativi, se distorti, potevano costituire rischi etiologicamente legati all’insorgere di conseguenze infauste per la salute del lavoratore (in applicazione dei dicta di Corte Cost. 179/88 e dell’art. 10, co. IV del D. Lgs. 38/2000). La Circolare enumerava a scopo esemplificativo alcuni rischi tipici che erano stati rinvenuti dall’esame di circa 200 denunce di presunte m.p. di tipo psichico derivanti da organizzazione lavorativa distorta. Infine, come atto di indirizzo per le strutture periferiche dell’Istituto, suggeriva i percorsi amministrativi da seguire per la completa istruttoria di questa particolare, ma allo stesso tempo ordinaria, categoria di m.p.. A parere dell'Istituto, tutte le situazioni di "costrittività organizzativa" (per esempio: lo svuotamento di mansioni o la mancata assegnazione degli strumenti di lavoro) al pari di quelle di "mobbing strategico" (gli atteggiamenti strategicamente ostili delle aziende per promuovere l'allontanamento di soggetti in qualche modo scomodi), purché ricollegabili a finalità professionali, dovevano rientrare nel rischio tutelato (restavano, invece, esclusi fattori organizzativo/gestionali legati al normale svolgimento del rapporto quali il trasferimento, il licenziamento, etc). La Circolare forniva anche indirizzi ai Centri Medico Legali periferici dell’Ente, sull’iter medico-legale di trattazione delle patologie, e di quantificazione dei postumi. Ulteriori indirizzi erano forniti al personale ispettivo, pure coinvolto nell’iter istruttorio delle pratiche. Disponeva, infine, il decentramento dell’esame di dette pratiche e dell’assunzione di decisioni indennitarie ovvero di diniego di indennizzo, alle strutture periferiche dell’Istituto, terminata la fase centralizzata sperimentale di analisi. Contro questa circolare, alcune associazioni datoriali (Confindustria, Confagricoltura e Abi), hanno presentato ricorso al Tar Lazio. Oltre al provvedimento dell'INAIL, le predette Associazioni datoriali hanno chiesto anche l'annullamento del Decreto Ministeriale del 27 aprile 2004, nella parte in cui le malattie "psichiche e psicosomatiche da disfunzioni dell'organizzazione del lavoro" - la cui origine lavorativa viene ritenuta di limitata probabilità - sono state comunque inserite nella lista delle patologie professionali per le quali è obbligatoria la denuncia all'organo di vigilanza (la Ausl di competenza). Per entrambe le domande, la controversia si è focalizzata sull'opposizione al principio che il mobbing potesse assurgere a malattia tipizzata indennizzabile in assenza di definizioni scientifiche certe. Il Tribunale Amministrativo del Lazio, sez. III, con la sentenza n. 5454 del 4 luglio 2005, ha parzialmente accolto il ricorso presentato dal fronte imprenditoriale, annullando la circolare dell'INAIL, ma non il D.M. del 2004 pure impugnato. "Il mobbing non può essere considerato in via automatica come una malattia professionale e in quanto tale indennizzabile dall'INAIL, dovendo sempre essere provata l'esistenza della causa di lavoro", recitava la motivazione del Tribunale regionale. Tale approccio al problema è stato contestato dall'Istituto mediante l’appello con ricorso al Consiglio di Stato con relativa richiesta di annullamento della sentenza. Ma anche il Consiglio di Stato si è uniformato alla decisione di I grado, annullando non solo la Circolare impugnata, ma anche, a seguito di appello incidentale del fronte datoriale, il D.M. del 2004 non annullato dal Tar Lazio. Con sentenza n. 1576 del 17.3.2009 infatti, il Consiglio di Stato ha sostenuto che le patologie oggetto della circolare non possono essere considerate come malattie professionali. A suo giudizio, invero, - dopo l'introduzione del sistema misto da parte della sentenza 179/88 della Corte Costituzionale (che rende indennizzabili, da parte dell'INAIL, oltre alle malattie professionali tabellate, anche tutte quelle atipiche causate o concausate dall'attività lavorativa del soggetto colpito dalla malattia stessa) - possono essere comunque riconosciute come "non tabellate" solo quelle patologie causate dal rischio specifico delle lavorazioni indicate negli articoli 1 e 4 del decreto n. 1124 del 30 giugno 1965 (Testo unico delle disposizioni per l'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali).L a sentenza del Consiglio di Stato, dunque, sembrerebbe "annullare" anche il già citato decreto ministeriale, avendo una valenza non limitata solo alle malattie riconducibili alle condizioni organizzative e ambientali del lavoro (oggetto della circolare INAIL) ma a tutte le malattie "non tabellate". 

La giurisprudenza della Corte di Cassazione in materia di malattie professionali non gabellate - La normativa interna dell’INAIL inerente la trattazione delle malattie professionali - I contrasti con la pronuncia del Consiglio di stato del 2009 - Problematiche attinenti alla giurisdizione 

Come detto, lo snodo principale della pronuncia del Consiglio di Stato che ci occupa è dato dal seguente passaggio:”… Va cioè condivisa la censura dedotta in prime cure, per cui l'art. 1 del cit. DPR n. 1124/1965 ha condizionato l'intervento dell'assicurazione obbligatoria per le malattie professionali, anche non tabellate, alla sussistenza di un "rischio specifico" (e non già comune), cui è esposto il lavoratore addetto a determinare lavorazioni, presuntivamente e preventivamente valutate pericolose dal legislatore stesso, mediante, appunto, l'espressa previsione delle "attività protette" di cui allo stesso art. 1…”. In sostanza, come più avanti lo stesso Supremo Collegio aggiunge nella motivazione”…La possibilità di estendere l'ambito del rischio assicurato, e quindi la stessa ascrivibilità alle prestazioni previdenziali delle malattie professionali collegate alla generale , richiamata dalla circolare medesima, richiede allo stato l'intervento del legislatore, che riformuli in senso ampliativo lo stesso art. 1, ma non può essere compiuto mediante una circolare interpretativa dissonante, tra l'altro, dalla stessa sentenza della Corte costituzionale che la circolare assume a proprio fondamento…”. Il C.d.S. intravede dunque, nella circolare 71, una maniera, contraria alla gerarchia delle fonti, ed al procedimento previsto dall’art. 139 del T.U. 1124/65 e dall’art. 10, co IV, del D. Lgs. 38/00, di trattare delle patologie, in realtà nuove, come m.p. tabellate da parte dell’INAIL.Tale assunto non sembra, però, corrispondere ai fatti però. Nell’assetto normativo vigente, infatti, risulta indennizzabile, in via di principio, qualsiasi malattia psichica o psicosomatica, anche diversa da quelle elencate a titolo semplificativo nella circolare, della quale il lavoratore abbia provato la riconducibilità a causa lavorativa, anche se non rientrante tra le situazioni di costrittività organizzativa elencate, a titolo orientativo, dalla circolare stessa. In sostanza l’approccio seguito dall’INAIL nella stesura della Circolare è quello suggerito dalla Corte di Cassazione nell’esame ormai trentennale delle controversie attinenti il riconoscimento delle malattie come derivanti dal lavoro: la Suprema Corte, infatti, nel corso di questi ultimi anni, ha progressivamente allargato il concetto di "occasione di lavoro e nesso di causalità", contrariamente a quanto sviluppato dal Consiglio di Stato nella pronuncia in questione, riconducendo questo rapporto non solo ai rischi specifici di alcune lavorazioni, ma a tutti i rischi del lavoro considerato in sé e per sé. Ha dato così un valore al titolo dell’art. 1 del T.U. 1124/65 che, il Consiglio di Stato, pur citandolo numerose volte nella sua pronuncia, non gli ha conferito: il titolo I, Capo I, infatti recita “LE ATTIVITA’ PROTETTE”. In verità anche il Giudice delle Leggi si è occupato, nel 1988, con due pronunce, della tematica che è all’esame del presente scritto, che segna il passaggio dal sistema tabellare chiuso al sistema aperto, o misto, di tutela delle malattie professionali. I Giudizi di Palazzo Spada non seguono, apparentemente, gli sviluppi concreti che dette pronunce hanno, nel corso degli anni, comportato. La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 179 del 1988 (una delle due sopra citate), nell’ampliare l’ambito delle tecnopatie protette, estendondolo a quelle atipiche, ha introdotto nel sistema una nozione di rischio professionale profondamente diversa rispetto a quella originariamente posta a fondamento della specifica forma di tutela previdenziale.

In sostanza, per effetto della richiamata pronuncia dei Giudici delle leggi, è tutelabile qualsiasi malattia di cui sia provata la derivazione eziologica dal lavoro, inteso nella sua più ampia accezione, fermo rimanendo il riferimento al rischio specifico di una determinata lavorazione soltanto per le malattie tabellate, per le quali vale la presunzione semplice di origine professionale.

La Corte di Cassazione ha tempestivamente seguito i principi enunciati dalla Corte Costituzionale e, già con sentenza n. 696/89, ha affermato che “al cosiddetto sistema tabellare chiuso è subentrato quello misto con liste aperte, e che, pertanto, la tutela previdenziale in argomento va considerata estesa anche a malattie non tipiche o non riconducibili ad un certo agente patogeno tramite lavorazioni specificatamente indicate”.

Il principio è stato poi costantemente seguito dalla Giurisprudenza della medesima Corte, che, anzi, nel tempo ne anche ampliato la portata, sino ad affermare, con la recente pronuncia del 25 febbraio 2005, n. 4005, che le differenze tra gli istituti della causa di servizio e della malattia professionale si sono attenuate per effetto dell'evoluzione in tema di nesso causale nelle malattie professionali. Infatti in vigenza del sistema chiuso, le malattie professionali - a differenza della causa di servizio, che veniva riconosciuta in ragione del nesso eziologico con il lavoro - erano indennizzabili solo in quanto connesse al rischio specifico di una determinata lavorazione, sicché i due istituti non erano assimilabili. Con la sopra menzionata sentenza, la Corte di Cassazione ha appunto ulteriormente sancito che, per effetto dell’introduzione del sistema misto, e quindi della tutelabilità di malattie atipiche, purché eziologicamente riconducibili al lavoro, la suddetta differenza è venuta meno. Ulteriore vulnus alla visione fornita dal Consiglio di Stato, che pone una angolazione indennitaria molto più angusta del passato, è stata data, nella trattazione dei singoli casi concreti, ai casi di malattie ad eziologia multifattoriale quali le patologie psichiche in questione, dall’evoluzione del nesso di causalità relativo all'origine professionale, che non può più essere valutato in termini di certezza scientifica, ma di ragionevole certezza, nel senso che, esclusa la rilevanza della mera possibilità dell'origine professionale, questa può essere invece ravvisata in presenza di un rilevante grado di probabilità, da verificare attraverso ulteriori elementi idonei a tradurre la valutazione probabilistica in certezza giuridica  (Cassazione civile, sez. lav., 11 giugno 2004, n. 11128; Cassazione civile, sez. lav., 20 maggio 2004, n. 9634; Cassazione civile, sez. lav., 12 maggio 2004, n. 9057). In ciò la Corte di Cassazione ha svolto un ulteriore percorso di aticipizzazione.

E’ per tali aspetti evidenziati che si intravedono i più stridenti contrasti fra gli approdi della Giurisprudenza della Corte di Cassazione, e quanto sancito dai Giudici Amministrativi.

Inoltre, il Consiglio di Stato non tiene conto di tutta l’evoluzione giurisprudenziale che sul rischio tutelato è stata svolto dalla Cassazione, ad esempio in materia di atipizzazione del rischio delle macchine elettriche, estensione del rischio al c.d. rischio specifico improprio (es. infortuni occorsi durante le pause fisiologiche o gli atti di locomozione interna) ecc..

Stando alla nozione di rischio lavorativo indennizzabile contemplata dal Consiglio di Stato, resterebbero ad es. fuori dalla tutela assicurativa pubblica tutti quegli infortuni occasionati da macchine azionate da energia elettrica per le quali non vi sia un controllo della potenza ed un’indagine sulla loro effettiva pericolosità in concreto, posto che sarebbe tutelato solo il rischio da folgorazione diretta (trattandosi di unico rischio contemplato dall’art. 1 del T.U. 1124/65) e non sarebbero tutelati tutti gli altri rischi derivanti da tali macchine; oppure i casi di infortuni verificatisi durante la pausa pranzo, o per lo svolgimento di attività prodromiche o comunque che non si esplicitano nell’atto materiale del lavoro specifico ma che sono accessorie e connesse (anche a motivo di spostamento spaziale), al lavoro medesimo. Si tratterebbe cioè di tornare indietro di circa trent’anni nell’evoluzione della Giurisprudenza della Corte di Cassazione che è pervenuta, al contrario, a definire il rischio specifico proprio, individuato dal Consiglio di Stato come l’oggetto della tutela, a semplice presupposto di una tutela più ampia, estesa ad atti e ad eventi lesivi caratterizzati dall’unica circostanza di prodursi in situazioni in cui il lavoratore si trova per un obbligo derivante dal rapporto di lavoro. Elencare la Giurisprudenza della Corte di Cassazione da obliterare seguendo l’approccio del Consiglio di Stato, sarebbe più lungo di questo stesso articolo.

Va aggiunto che la pronuncia in esame, pone anche notevoli problemi applicativi, nella vita quotidiana dell’Istituto, che dovrà applicare i diversi principi sanciti dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale sopra espressi a casi analoghi a quelli analizzati dal Consiglio di Stato, ma con trattazioni diverse, sì da adottare diversi criteri istruttori e divergenti risultati indennitari per patologie che hanno, al contrario, medesima fonte eziologica atipica, e presenza del medesimo nesso di causa.

Di contro, l’Istituto, si era già uniformato – si ricordi la Circolare n. 35 del 16.7.1992 - ai diversi dicta suggeriti dal Giudice delle Leggi. Il Titolo della Circolare è, non a caso, il seguente Sentenze nn. 179 e 206/1988 della Corte Costituzionale. Prima fase del decentramento della trattazione di pratiche di tecnopatie non tabellate”. L’incipit ci fa cogliere l’analogo spirito con il quale, con una anticipazione di circa 11 anni, l’INAIL, nel seguire il solco tracciato dalla Corte Costituzionale, procedeva a trattare l’indennizzo delle patologie, derivanti da rischi atipici:”…Da tempo l'Istituto persegue l'obiettivo di costruire le condizioni per una gestione del sistema di tutela delle malattie professionali efficace e dinamica, capace cioè di rispondere adeguatamente alle continue sollecitazioni provenienti dall'evoluzione tecnologica del mondo del lavoro. Questo obiettivo ha tratto motivi di conferma e nuovi impulsi dall'emanazione delle note sentenze nn. 179 e 206 della Corte Costituzionale che, avendo attribuito alle situazioni reali di rischio professionale la stessa rilevanza assicurativa riconosciuta a quelle legalmente presunte, ha di fatto esteso la tutela a tutti gli eventi morbosi causati dal rischio lavorativo, con ciò sollevando problemi inediti e di non immediata soluzione”. Ma la pronuncia qui analizzata, pone anche problemi attinenti l’esame del corretto limite perimetrale dell’esercizio della Giurisdizione in tema di infortuni sul lavoro: di tali aspetto il Consiglio non sembra essersi dato troppa cura.

Va infatti considerata la nozione “sostanzialista” che di giurisdizione dà il suo Giudice naturale (la Corte di Cassazione), da ultimo con sentenza n. 6315 del 16.3.2009 (in materia tributaria, ma riprendendo un ormai consolidato orientamento delle SS.UU. sul punto): se tale è la nozione che di Giurisdizione va data, va allora verificato quale sia il presupposto logico giuridico che ha mosso il C.d.S. a pronunciarsi in una materia solo apparentemente afferente alla sua funzione nomofilattica (la legittimità di un atto amministrativo, sub specie di circolare, con conseguente richiesta di annullamento).

E così ragionando si perviene a verificare che in realtà il C.d.S. sembrerebbe essersi spinto oltre i confini della sua Giurisdizione, esercitando giurisdizione in una materia, quale quella previdenziale (o meglio, del rapporto previdenziale, e dei diritti ad esso connessi), che non è sottoponibile al suo vaglio di giudizio, in ciò entrando in contrasto non solo formale con il g.o. ma anche, come detto, sostanziale.

A dire il vero, in altri aspetti attinenti la più ampia materia del diritto assicurativo/previdenziale pubblico, il Consiglio di Stato ha avuto opinioni diverse dalla Corte di Cassazione.

Ne citiamo due in particolare: l’interpretazione del profilo psicologico della “colpa” del lavoratore nella produzione dell’infortunio come elidente la tutela in quanto integrante il c.d. rischio elettivo; e la possibile cumulabilità, ai fini del ristoro delle conseguenze infauste di una malattia occasionata o causata dal lavoro, delle categorie indennitarie della rendita INAIL e dell’equo indennizzo.

Quanto al primo degli istituti citati, la Corte di Cassazione, pur invero con alcune oscillazioni, è giunta a sostenere la totale mancanza di cittadinanza all’interno della valutazione della meritevolezza con indennizzo previdenziale, del concetto di colpa del lavoratore. In sostanza, quand’anche l’infortunio fosse causato da esclusiva colpa del lavoratore (es. per aver violato una prescrizione del codice della strada ed aver per questo occasionato un incidente stradale da qualificarsi come infortunio in itinere in quanto occorso sulle vie del lavoro), tale aspetto non assume rilevanza ai fini dell’indennizzo. Diverso è l’esame del c.d. rischio elettivo, che però attiene alla verifica del collegamento oggettivo degli eventi alle finalità lavorative, e che nulla ha a che fare con il profilo psicologico (cfr. Cass. 15312 del 4.12.2001 e Cass. 1750 del 6.3.1996). Al contrario, il Consiglio di Stato, con sent. n. 4951/2005, n. 104/2008 e n. 7915 del 15.12.2009 (sebbene rese in materia di esame della concessione dell’equo indennizzo per infortuni lavorativi dipendenti da cause di servizio, ma utilizzando gli schemi logico giuridici dell’occasione di lavoro utilizzati per gli infortuni sul lavoro indennizzati dall’INAIL), ha ritenuto rilevante, ai fini dell’esclusione dell’indennizzo, l’esame della colpa del lavoratore nell’occasionare l’infortunio: se verificata come esistente, il fatto non accedeva ad indennizzo per rischio elettivo.

Anche per quanto riguarda la seconda materia sopra enunciata, mentre la Corte di Cassazione ha ritenuto possibile cumulare, per una medesima patologia, l’equo indennizzo e la rendita INAIL, effettuando un’analisi sulla diversa natura delle due prestazioni (cfr. Cass. SS.UU. 5988/1992, e Cass. 1521/1992, 5007/1992, 2202/1993 e 6082/1993), sulla diversità dei presupposti fondanti (Cass. 3706/1987) e sui diversi ambiti ed intensità del rapporto causale tra attività lavorativa ed evento protetto (Cass. 1356/1997), il Consiglio di Stato, al contrario, ha negato tale cumulabilità (cfr. sent. 4672/2007 e 4487/2007, per citare solo le ultime sul punto). 

Gli effetti pratici della sentenza n. 1576 del 17.3.2009 

Si è parlato delle problematiche applicative che pone la pronuncia in esame all’interno del più vasto ambito della trattazione delle pratiche di malattie professionali non tabellate. Ma vi è un’ulteriore riflessione da svolgere, che attiene alla permanenza nel nostro sistema normativo dell’art. 139 del T.U. 1124/65 dell’art. 10 del D. Lgs. 38/2000, ed al varo del D.M. 9.4.2008 e della Circ. INAIL n. 47 del 24.7.2008.

Il Consiglio di Stato, come abbiamo detto sopra nel delineare i tratti salienti della vicenda giudiziaria che stiamo esaminando, su appello incidentale delle associazioni datoriali, ha anche annullato, il D.M. 27.4.2004, nella parte in cui le malattie "psichiche e psicosomatiche da disfunzioni dell'organizzazione del lavoro" - la cui origine lavorativa viene ritenuta di limitata probabilità - sono state comunque inserite nella lista delle patologie professionali per le quali è obbligatoria la denuncia all'organo di vigilanza (la Ausl di competenza). Vi è però da aggiungere che l’art. 139 del T.U. 1124/65 così recita “E’ obbligatorio per ogni medico, che ne riconosca l’esistenza, la denuncia delle malattie professionali, che saranno indicate in un elenco da approvarsi con D.M….- la denuncia deve essere fatta all’organo di vigilanza (AUSL competente)”. Tale obbligo, se eluso, è sanzionato. Ebbene, tale meccanismo continua a persistere anche dopo l’annullamento del D.M. del 2004. E’ evidente, quindi, che la portata della pronuncia in esame, per tale aspetto, permanendo la norma che origina il D.M. annullato, è limitata al D.M. annullato, e non suscettibile di applicazione, aldilà dei limiti del giudicato, neanche come principio, ad altri casi. Ma vi è di più. L’art. 10 del D. Lgs. 38/2000, rafforzando e meglio applicando il disposto normativo dell’art. 139 del T.U., così sancisce: “Con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, da emanarsi entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto legislativo, è costituita una commissione scientifica per l'elaborazione e la revisione periodica dell'elenco delle malattie di cui all'art. 139 e delle tabelle di cui agli articoli 3 e 211 del testo unico, composta da non più di quindici componenti in rappresentanza del Ministero del lavoro e della previdenza sociale, del Ministero della sanità, del Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, dell'Istituto superiore della sanità, del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR), dell'Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro (ISPESL), dell'Istituto italiano di medicina sociale, dell'Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS), dell'INAIL, dell'Istituto di previdenza per il settore marittimo (IPSEMA), nonchè delle Aziende sanitarie locali (ASL) su designazione dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano. Con il medesimo decreto vengono stabilite la composizione e le norme di funzionamento della commissione stessa. 2. Per l'espletamento della sua attività la commissione si può avvalere della collaborazione di istituti ed enti di ricerca. 3. Alla modifica e all'integrazione delle tabelle di cui agli articoli 3 e 211 del testo unico, si fa luogo, su proposta della commissione di cui al comma 1, con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, di concerto con il Ministro della sanità, sentite le organizzazioni sindacali nazionali di categoria maggiormente rappresentative. 4. Fermo restando che sono considerate malattie professionali anche quelle non comprese nelle tabelle di cui al comma 3 delle quali il lavoratore dimostri l'origine professionale, l'elenco delle malattie di cui all'art. 139 del testo unico conterrà anche liste di malattie di probabile e di possibile origine lavorativa, da tenere sotto osservazione ai fini della revisione delle tabelle delle malattie professionali di cui agli articoli 3 e 211 del testo unico. Gli aggiornamenti dell'elenco sono effettuati con cadenza annuale con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale su proposta della commissione di cui al comma 1. La trasmissione della copia della denuncia di cui all'art. 139, comma 2, del testo unico e successive modificazioni e integrazioni, è effettuata, oltre che alla azienda sanitaria locale, anche alla sede dell'istituto assicuratore competente per territorio”. In applicazione delle appena citate disposizioni, è stato varato il D.M. 9.5.2008 (in G.U. 21.7.2008) intitolato “Nuove Tabelle delle malattie professionali nell’industria e nell’agricoltura”. Ebbene tale D.M.  (e la successiva Circ. applicativa INAIL 47/2008) ha seguito, nella sua tabellazione di lavorazioni, il passaggio normativo dell’art. 10 del D. Lgs. 38/00 (“…Fermo restando che sono considerate malattie professionali anche quelle non comprese nelle tabelle di cui al comma 3 delle quali il lavoratore dimostri l'origine professionale…”), e non quanto disposto dalla sentenza del 2009. In sostanza la nuova tabellazione tiene conto che è assicurato il lavoro (“L’Attività” di cui all.’art. 1 del T.U. 1124/65), e non solo il rischio specifico che da esso promana. E’ bene notare che, nonostante la permanenza del meccanismo appena citato, il D.M. 2008 non è stato oggetto di impugnativa tempestiva da parte delle associazioni datoriali, al pari del D.M. del 2004, che nondimeno dal D.M. del 2008 e dal meccanismo previsto dagli artt. 139 del T.U. 1124 e 10 del D. Lgs. 38/2000, sarebbe stato superato. 

Avv. Pierfrancesco Damasco – Avvocatura Regionale INAIL Puglia

Le opinioni espresse in questo scritto sono frutto esclusivamente di elaborazioni personali, e non impegnano in alcun modo l’Ente datore di lavoro.

Ultimo aggiornamento Giovedì 18 Febbraio 2010 11:35  

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