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il lavorista IX n. 2

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                                  L’uso delle statistiche in Italia: fake news, anzi bugie*

Il mondo del lavoro e il suo diritto: la necessità dei big data

 

Per un’analisi delle politiche del lavoro e degli interventi legislativi assunti dai Governi degli ultimi cinque anni, da Monti a Letta, ai mille giorni renziani e all’ultimo Gentiloni, per valutare l’andamento del mercato del lavoro e dell’occupazione nel nostro Paese, si usano spesso –sempre più spesso per non scrivere troppo- dati statistici, giorno per giorno cambiati e contraddetti, atti a generare incertezze e incredulità fra gli addetti ai lavori e nell’intera opinione pubblica, creando confusione o, talvolta, sfiducia in un Paese come il nostro che continua a scivolare lentamente verso il fondo non solo del consesso comunitario ma dell’intero sistema capitalistico occidentale.

 

Ci sono però dati certi e risultati che risultano incontrovertibili e sono sotto gli occhi di tutti: alcuni, giudicati ottimisti, siano essi in buona o mala fede, o ancora opportunisti dell’ultima ora o, nella migliore ipotesi, realisti (lasciamo la scelta in merito alla loro individuazione ai lettori), prendendo per buono l’abusato e tanto discusso cancelletto # l’ “Italia ha svoltato”, con la sbandierata ripresa dell’occupazione, invero estremamente debole e mal supportata da dati statistici contraddittori, ritengono ormai significativa ed inarrestabile la svolta. Così  finalmente i giovani, in particolare quelli ad alta o media scolarità, comincerebbero a rimanere in Italia, o addirittura a ritornarvi, per sfruttare occasioni di lavoro, non passando attraverso partite di “calcetto” selettivo o di altri sport simili, ma giustamente godendo ed utilizzando a pieno curricula professionali e valori morali, smentendo la … colta affermazione di un Governante che, magari senza volerlo, arricchisce la già lunga lista di Ministri, meglio … Statisti di un recente passato, purtroppo ancora attuale.

Altri osservatori, classificati volta a volta gufi o altre creature volatili iettatrici delle tenebre, professori parrucconi (chissà perché?!), o ancora disfattisti-“reduci”, ritenuti responsabili del degrado del recente sistema politico-sociale almeno fino al 2014 (ed anche qui la scelta è lasciata al lettore), ritengono che l’Italia sarebbe il Paese dove parlare di reale ripresa della produzione e dell’occupazione è, ancor più che essere falso, provocatorio. Per costoro, a fronte di un’emigrazione giovanile -specialmente dei giovani più scolarizzati- che vede le sue punte più significative, non soltanto nelle zone più povere o meno fortunate come il Centro o il Mezzogiorno, ma anche in province come la ricca Brescia, visto che da essa, pur con un tasso di disoccupazione tra i più bassi in assoluto in Italia, nell’ultimo anno ha visto l’amara fuga di 3.800 giovani, secondo i dati riportati in un editoriale dell’inserto locale del più diffuso quotidiano italiano, scritto solo pochi giorni addietro.

A fronte di questa così palese e netta contrapposizione di analisi e giudizi sui dati dell’occupazione e del lavoro e sulle connesse prospettive del mercato del Paese, per ora,  un dato è certo ed incontestabile per tutti: mentre (quasi) tutti i partners dell’Europa, oggi a ventisette, mostrano ritmi di ripresa che lasciano ben sperare, il nostro Paese appare più indietro, arrancando in una marcia che ci vede, nelle retrovie, già superati da tempo non solo dall’Irlanda ma anche dalla Spagna, dal Portogallo e, dai dati più recenti in percentuale, persino dalla Grecia. Così i PI(I)GS, quelli che irridentemente venivano richiamati con troppa facile allusione ad un orwelliano gustoso animale, ingrassato dall’indolenza del contesto sociale degradato, a forza di ridursi, rischiano di scomparire, lasciando amaramente in piedi solo una I, la nostra dolente Italia.

Tornando alla precedente contrapposizione di ipotesi basate su dati statistici ballerini e tutti opinabili, si tratta di scegliere tra la prima ipotesi di un #l’ItaliaHaSvoltato (e non … controsenso, come molti ironizzano) e la seconda che, viceversa, afferma che #èTuttoSbagliato, #èTuttoDaRifare (richiamando le parole di un grande ciclista del passato, Gino Bartali, fiorentino … ma è un contrappasso di Padre Dante?), vien da porsi qualche domanda. Come si leggono i dati statistici? Quali sono le fonti più attendibili, pubbliche o private che siano? Quali le balle (pardon … fake news) e quali le “verità rivelate”? Come credere alla loro validità, o invece alla perdita di questa, visto l’utilizzo tanto diverso, e spesso contrastante, da parte degli esperti? Stiamo vivendo un momento di fronte alla tipica espressione di quella crisi dell’informazione, pilotata o meno, oggi plasticamente definita con le parole della “politica delle post-verità” o invece, guardandoci in giro, approfondendo temi e problemi, dobbiamo ritenere che si tratti di un fenomeno più generale, speriamo transitorio, di degrado sociale e culturale?

Due saggi, apparsi recentemente tradotti anche in Italia, possono esserci di supporto per considerazioni meno opinabili delle precedenti contrapposizioni, basate sulla congerie di dati affastellati e “sputati” su tutti i mass media, nonché sulla carta stampata, per poterci orientare in questa società che ormai, più che “liquida”, appare ormai passata allo stato “gassoso”.

Partiamo dal primo: si tratta di un interessante saggio dal significativo titolo “La fine dei fatti”. L’autore, William Davies, sociologo ed economista inglese, sostiene, con valide argomentazioni (come si leggerà qui in appresso con riferimento all’altro saggio che sarà citato) che attualmente la statistica – scienza che per oltre tre secoli, via via affinandosi sempre di più, è stato per i governanti uno strumento importante per studiare, capire e gestire la società – è oggi sottoposta a continua manipolazione ed asservimento, così da crearsi attorno un clima di diffidenza che si estende anche agli esperti della materia. Questi ultimi, interpretando dati, parziali, “orientati” e pertanto preselezionati, creano le premesse per la diffusione delle fake news, pomposamente definite post-verità, o per noi Italiani, con più semplice approccio, fotografate come “balle”, poste a base per sostenere tesi, forse meglio postulati, capaci di legittimare a loro volta politiche più o meno avventurose nei vari campi dell’economia e della società.

Le riflessioni a cui sono indotti anche i giuslavoristi, quelli della dottrina e della giurisprudenza ma soprattutto gli operatori del campo, sono supportate da qualche esempio, magari prendendo le mosse da una originale, se non proprio ridicola, notizia offerta dalla stampa, anche quella autoproclamatasi specialistica, e dalle televisioni, siano di regime o “indipendenti”, proprio di recente. Diffondendo ed interpretando, senza un minimo di approfondimento critico, i dati sulla produzione dei primi mesi di quest’anno nel nostro Paese, si è scritto che la spinta dell’industria italiana – che aveva permesso, alla fine dello scorso anno, di aumentare dello 0,1% la stima del misero dato della produzione industriale del 2016 attraverso la lettura dei risultati degli ultimi mesi dell’anno precedente – si è esaurita con una frenata nel gennaio di questo 2017, segnando un calo, in proporzione, del 2,3%. In sostanza, secondo gli “esperti” dell’ISTAT, disaggregando i dati, questo pur preoccupante risultato – che però già si prevede potrà essere smentito in positivo dalla rilevazione dei mesi successivi – è parzialmente salvato dalla crescita vorticosa dell’economia di una Regione, da incoronare come regina dell’export del nostro Paese, che ha segnato un incremento, addirittura … del 53%. La Regione? Incredibile dictu, è la… Basilicata.

La soluzione dell’enigma, ai limiti dell’assurdo, sta nell’utilizzo di dati, sempre parziali e cosiddetti “percentuali”, non usando masse globali o assolute degli stessi, con una procedura di rilevazione assolutamente diversa da quella di cui si scriverà in appresso e che ora, con una breve anticipazione, chiameremo i “big data”. La crescita percentuale della Basilicata è dovuta soprattutto all’export di autoveicoli di una nota multinazionale, oggi italo(?)-americana. Riscontro ulteriore a questa originale analisi, con tutte le avventate deduzioni connesse, si trova oggi in altri dati, quelli concernenti l’andamento dell’export delle province italiane: così si segnala il primato di… Potenza (con una crescita del 58%), seguita da Milano e, subito dopo, ancora da… Frosinone (+35,7%), non a caso capoluogo di una provincia dove ha sede Cassino, con il suo stabilimento di autoveicoli dello stesso marchio di quello lucano. Troppo semplice e, pertanto, del tutto inutile, come si può dedurre immediatamente, è la tesi del primato attribuito a una delle più sfortunate e reiette regioni del nostro Paese, una delle ultime secondo i dati assoluti, questi si incontrovertibili ed universalmente accettati, in termini di reddito pro-capite e tasso di mancato utilizzo e forza lavoro potenziale, nonché di due tra le più povere province d’Italia in tema di ripresa produttiva. Sono così spazzate via tutte le avventate fumisterie connesse in ordine al rilancio del PIL o dell’export dell’industria italiana e, di conseguenza, al trend di un Paese che, in realtà, continua ad arrancare con un futuro, al momento, tutt’altro che roseo, ma invece nebuloso ed anche istituzionalmente, di questi tempi, burrascoso.

L’esempio subito innanzi riportato permette di ridimensionare, se non svuotare di ogni significato, le elucubrazioni degli “addetti ai lavori” e delle forze politiche -utilizzatori i primi avventati e culturalmente limitati, callide manipolatrici le seconde di quei dati- di quei dati, insieme a più o meno avventate deduzioni da parte degli operatori del mondo del lavoro e del connesso diritto, sui trend occupazionali negli ultimi mesi nel nostro Paese. Sarà così possibile superare le attuali sterili polemiche su decimali di punto, in più o in meno rilevati e “giocati” per la stima dell’occupazione e della produzione, dimenticando, oltretutto, che esiste, proprio nella scienza statistica, una percentuale di scostamento, tecnicamente denominata “di confidenza”, accettata convenzionalmente e  utilizzata dagli studiosi del campo, che permette di aggiungere o ridurre di un 0,3% o 0,4% al dato medio scelto: si comprende così perché istituti di studi e ricerca, pubblici o privati, possano, giorno per giorno, offrire risultati diversi, utilizzabili e manipolabili ad libitum, non solo dai mass media ma dagli operatori, politici, Governo, opinione pubblica. In realtà l’Italia sta vivendo un momento economico, produttivo, e, nel campo del lavoro, stagnante e comunque tra i peggiori tra le economie più sviluppate, in timida ripresa, pur se non ancora fuori dalla crisi, dell’Occidente europeo.

In un mondo oggi segnato da profonde incertezze, i dati statistici, così come presi ed elaborati, riescono a dividere l’opinione pubblica che viene a porsi su due divergenti posizioni, nella lettura di William Davies. Secondo alcuni, utilizzare i dati statistici, così come sopra dimostratamente manipolati, a fini politici, costituirebbe un’operazione élitaria ed antidemocratica, cosicché pochi privilegiati nei vari Paesi riuscirebbero ad imporre le loro visioni, i loro progetti e le loro decisioni a tutti gli altri, un po’ come avveniva nei secoli addietro quando le statistiche supportavano, garantendole, le scelte dei governi più o meno autoritari, unici depositari delle ricerche e dei dati conseguenti, degli esperti e degli studiosi.

Secondo altri, invece, la possibilità di accedere, interpretandoli, a migliaia di dati statistici, da parte di tutti, utilizzando tutte le tipologie di social media, giornalisti, cittadini comuni e politici di ogni tendenza, permette di analizzare la società nel suo complesso con dati verificabili, cosicché vi sarebbe la più piena libertà, di interpretare liberamente i dati statistici, lasciando però, nello stesso tempo, un pericoloso spazio a demagoghi e contraffattori (i “populisti”?, oggi è di moda l’utilizzo di questo termine forse avvicinabile alle “vacche nere nella notte nera” per ricordare un grande filosofo del passato), per lanciare messaggi di ogni fatta.

La realtà sta nell’assoluta relatività ed insieme limitatezza delle scelte dei dati da analizzare: se si vuol restringere il discorso al tema delle relazioni industriali, dei rapporti tra le parti sociali nel mondo del lavoro, con il connesso sistema contrattuale e legislativo che crea l’ordinamento giuslavoristico, si tratta di scegliere metodi di classificazione che, per portare a risultati, si basino sulle definizioni, universalmente condivise e validate, di termini quali l’occupato, l’inoccupato, il disoccupato, il precario, lo stabile, utilizzando, ad esempio, quest’ultimo termine secondo l’interpretazione comune del concetto di “stabilità”. In questo caso, infatti, chi è “stabile”? Un lavoratore a tempo determinato, fosse solo per quel tempo preso a misura, o uno a tempo indeterminato, magari usque ad…? Si cerchi il parametro comune.

In merito a quanto innanzi, si pongono ulteriori temi e problemi quando si pensi che molte persone, oggi, entrano ed escono, in continuazione, dal mondo del lavoro, molto spesso per motivi che possono concernere non tanto le condizioni del mercato del lavoro ma, magari, per esigenze familiari, stato di salute, residenza o domicilio facilmente mutabili, come avviene sempre più nella società post-capitalistica. Solo effettuata questa articolata e differenziata analisi, è possibile comprendere l’apparente contrasto, e comunque sempre costante diversità, tra dati forniti, ad esempio, dall’INPS o dall’ISTAT o, ancora, dal Ministero del Lavoro. Così, diviene altrettanto facile comprendere come cambino costantemente valutazioni e conseguenti ipotesi di lavoro in risposta a presunte, o troppo semplicisticamente accertate, esigenze sociali da parte del legislatore o delle politiche di concertazione sindacale. Le stesse posizioni della giurisprudenza, ed ancor più della dottrina, nel campo del Diritto del Lavoro, non possono non risentire di queste divergenze di interpretazioni e valutazioni di una realtà che, di per sé, oggi difficilmente classificabile, rischia di restare caotica nella, pur necessaria, sua ridefinizione.

La chiave di lettura di tutto quanto finora scritto, per sciogliere un arcano, in realtà non tale, ci viene offerta, dopo aver utilizzato a supporto l’interessante saggio di Davies, come finora si è fatto, da un altro riferimento, sempre culturale e di estrema attualità, fornito da un volume, di recente tradotto e stampato in Italia scritto da due studiosi anglosassoni, Viktor Mayer Schönberger e Kenneth Cukier, il primo Professore di Internet governance and regulation alla Oxford University ed il secondo editorialista di The Economist, oltre che collaboratore del New York Times e del Financial Times.

L’opera apparsa in Italia da pochi anni è purtroppo molto meno nota, certamente meno letta dei best sellers di Dan Brown o, per restare al nostro Stivale, dei noirs di Camilleri, per limitarci ai migliori. Si tratta di “Big data”, con il significativo sottotitolo di “Una rivoluzione che trasformerà il nostro modo di vivere – e già minaccia la nostra libertà”.

Il volume, che si suggerisce di leggere attentamente a tutti, non solo agli statistici ed operatori del settore ma anche a tutti coloro che mettono mano a dati quali quelli finora citati in questo scritto, mette in discussione radicalmente la statistica tradizionale, con i suoi metodi e la sua totale “parzialità” che, come si è visto appena prima, è tutt’altro che “neutra”.

La tesi di fondo sostenuta dagli autori con dovizia di riferimenti ed analisi critiche della scienza tradizionale della rilevazione dei dati e della loro elaborazione, è che “i dati sono per la società dell’informazione quello che era il petrolio per l’economia industriale: la risorsa critica che alimenta le innovazioni su cui fa affidamento la gente”. Gli autori continuano, con una asserzione grave e preoccupante, con questa considerazione: “In assenza di un’offerta ricca e dinamica di dati e di un solido mercato dei servizi, la creatività e la produttività che si potrebbero ottenere rischiano di venire soffocate”. Sul tema vengono offerte tantissime esplicazioni con riferimenti a casi concreti, aziendali ma anche di politica economica e di scelte strategiche di governi, primo fra tutti quello statunitense che, oltre che a lasciarci sorpresi, riescono ad illuminarci per comprendere una realtà che, sempre più ricca alluvionalmente ed insieme difficilmente controllabile, offre tuttavia grandi prospettive di crescita sociale oltre che economica.

Si tratta, in sostanza, di battere strade nuove con una disponibilità ad allargare senza limiti predeterminati il più possibile l’orizzonte della conoscenza dei dati in ogni settore, scevri da preconcetti e, soprattutto, senza anteporre l’obiettivo che ci si propone di raggiungere alla rilevazione di notizie e di informazioni valide alla stessa scelta dell’obiettivo, riempiendo lo stesso di valori che via via si arricchiscono proprio attraverso la raccolta delle notizie e dei dati. Così operando, valori scientifici di fondo, scelte etiche o politiche e, soprattutto, orientamenti individuali e collettivi, si arricchiscono quotidianamente superando presunzioni apodittiche e rivedendo teoremi che in realtà partivano da postulati per se stessi indimostrati o indimostrabili.

Per tornare al mondo del lavoro,  a casi più recenti che hanno visto interminabili e spesso vacui ed incolti dibattiti con scelte avventate, rivelatisi poi nocive proprio in un mercato così delicato e bisognoso di regole socialmente accettate e profittevoli, un esempio, valido ad acclarare tutto quanto finora scritto, estremamente significativo a conferma dell’estrema difficoltà di utilizzare dati parziali scelti in modo spesso preconcetto e pertanto non certi, è quello riguardante l’uso dei voucher. Scontato l’abuso dell’istituto, ormai universalmente riconosciuto, nella sua crescita, come elemento patologico ed inflazionato che ha contribuito ad una profonda distorsione del mercato del lavoro, si era proposto un referendum abrogativo, incidendo così, marginalmente sul piano quantitativo, ma significativamente su quello qualitativo, sulla tanto vantata affermazione del nuovo sistema di regolazione del mercato del lavoro introdotto dal Jobs Act. Tuttavia la stessa CGIL – prima e vivace protagonista della battaglia per l’abolizione di questo maligno istituto, illecito e immorale strumento apparentemente alternativo all’altra piaga, il “lavoro nero” – si era indotta, dopo un dibattito interno, ad aprire, sia pur con diffidenza, alla proposta di ridurne l’ambito di gestione ed utilizzo soltanto alle famiglie, o a minime aree di imprenditoria individuale in specifici e limitati campi del lavoro, attraverso un rigoroso monopolio gestionale da parte dell’INPS, eliminando pertanto il mercato libero, perfino nelle tabaccherie, come è avvenuto per diversi anni, degli stessi voucher.

Si è cercato, nel caso in esame, da parte del Governo con un provvedimento emanato con estrema urgenza ma senza adeguato approfondimento e certamente non attingendo ai “big data” necessari, di trovare una via d’uscita legislativa alternativa ad un referendum che nuovamente avrebbe diviso il Paese e, insieme, ricreato ed acuito divisioni di fondo, anche politiche ed ideologiche. Soprattutto, per tornare al tema più generale, si sta tentando, questa volta forse giustamente, di uscire dal pantano della lettura ed interpretazione di dati statistici che, volta a volta, sono stati violentati nella loro logica astratta attraverso il meccanismo, ormai invalso nell’uso di questa scelta, concernente l’anteposizione della raccolta dei dati, ponendo poi agli stessi, o ponendosi, le domande utili per la tesi da sostenere. Così oggi si comincia a parlare da parte del Governo e di forze politiche e sociali (dal disegno di legge Sacconi alla recentissima conversione in legge del decreto legge n. 25/2017) di nuove forme di mini-jobs o di lavoro breve, intermittente e di ulteriori modalità lavorative diverse dal tradizionale lavoro subordinato a tempo indeterminato, certamente in via di superamento, forse più rapido di quanto oggi si possa pensare.

Come è noto, sono stati cancellati i voucher per le aziende, le famiglie e la P.A., in tutti i settori, anche in quelli dove, forse, più opportunamente, con un ponderato intervento legislativo, magari concertato con sindacati (altro che la “disarticolazione” di questi storici grandi rappresentanti di interessi collettivi invocata da ancora immaturi politici d’abord) di datori e lavoratori, sarebbe stato utile programmare un modulato e limitato mantenimento dell’istituto. Così ristorazione e commercio, turismo ed agricoltura, hanno perso uno strumento criminalmente utilizzato in modo incontrollato, anzi addirittura tollerato fino a palesi abusi ai limiti della rilevanza penale. Così si è anche intervenuto, ancora una volta anche se marginalmente, su una legislazione, nel campo del lavoro, che, con un mediocre ed esaltato Jobs Act, aveva tuttavia dei margini di operatività e gestibilità utili a smuovere, pur se limitatamente, il mefitico e stagnante, specie per i giovani, mercato del lavoro.

Mentre il Governo parla di programmare un nuovo ed ampio intervento su rinnovate forme contrattuali parziali, temporanee, provvisorie, ma comunque innovatrici, nello stesso giorno della conversione del Decreto 25/2017, il 19 aprile di quest’anno, è stato presentato al Senato della Repubblica il citato disegno di Legge Sacconi + altri, volto, appunto, a disciplinare il lavoro breve ed intermittente con forme e modalità abbastanza chiare e semplici che coinvolgono anche le Organizzazioni sindacali nella possibilità di regolare questi contratti atipici. Nello stesso disegno contestualmente si propone la nuova disciplina della “Responsabilità solidale tra committente e appaltatore”, visto che con l’intervento legislativo di abrogazione della precedente normativa era stata ripristinata la piena responsabilità solidale nella catena degli appalti.

Le iniziative appena citate, che hanno visto Governo e alcune forze politiche metter mano, lodevolmente ma ancora una volta con una relativa, se non minima, cognizione di fatti e dati, inducono nuovamente a richiamare l’importanza della lettura e attenta analisi di sempre più “Big data” per evitare errori precedenti, equivoci e manipolazioni. Così è necessario sapere che ormai da molti anni sono in uso, in alcuni Paesi dell’UE, la Germania fra tutti, già istituti come i mini-jobs che costituirebbero dei veri e propri mini contratti di lavoro per pochi giorni alla settimana e/o in particolari periodi dell’anno e, ancora, in determinati settori (un po’ per tornare all’iniziale ipotesi di voucher, cara al compianto Biagi e a base della genesi dell’istituto). Se si dovesse proseguire su questa strada, se il Governo si prepara a presentare, per decreto e successiva legge o attraverso una auspicabile contrattazione-concertazione con i sindacati e tutte le forze sociali, una soluzione di tal fatta, è bene tuttavia tener presente che, ormai da qualche anno, dal 2014 in poi, anche in Germania, in particolare nelle zone occidentali della stessa, vivace è la discussione sui mini-jobs e su alcuni usi distorti degli stessi. Si scrive e si dice che si favorisce il precariato e l’utilizzo o sottoutilizzo delle fasce più deboli dei giovani e degli immigrati, con i conseguenti riflessi sulle tensioni sociali nelle categorie interessate. Eppure in quel Paese l’intreccio ed il matrimonio scuola-lavoro, apprendistato, training e modelli contrattuali, particolarmente a livello territoriale ed aziendale, sono tutti temi ben più approfonditi e, nelle sperimentazioni, ben più avanzati e felicemente affrontati che nella nostra Italia. Importante su queste tematiche sarà perciò il coinvolgimento in Italia di tutti gli operatori del mondo del lavoro, anche e soprattutto attraverso un’approfondita e diffusa informazione, con quanti più dati è probabile acquisire, con costruttivi confronti e partecipazione il più possibile allargata.

La polemica sulla disoccupazione e sul suo trend, sul valore e le distorsioni dei voucher, sul rapporto tra occupati, inoccupati e disoccupati, ha creato nel nostro Paese soltanto un utile terreno di coltura per populismo e demagogia, proprio con la forzatura e l’utilizzo di dati statistici come quelli che hanno fatto della Basilicata e delle province di Potenza e Frosinone le punte della… ripresa produttiva e dell’expo italiano: il giudizio lo lasciamo ai lettori.

Per quanto ci concerne, per concludere, basta solo segnalare l’importanza e la necessità di un diverso rigore nella ricerca e nell’uso della scienza statistica ricordando che, in prospettiva, non si tratta di scegliere una “politica dei fatti guidata dalle élites politiche delle emozioni, guidata dal populismo” distorcendo ed asservendo dati statistici spudoratamente. Si tratta invece, di nuovo utilizzando i suggerimenti di William Davies, da un lato, e degli autori di Big Data dall’altro, di operare una chiara e definitiva scelta “tra chi ancora crede nella conoscenza” e, pertanto, nell’approfondimento e nell’uso corretto della scienza e della metodologia statistica, e “chi trae profitto dalla… disintegrazione” e manipolazione di dati parziali, quando non falsi e, ancora, asserviti alle brame di un potere, mediocre quanto, anche troppo palesemente, teso a manipolare persone ed istituzioni, per difendersi e consolidarsi, non curandosi della gravità del momento e delle prospettive della nostra società, in particolare del nostro Mezzogiorno.

 

Gaetano Veneto

 

 

* Il presente saggio costituisce una rielaborazione ed un approfondimento del tema, concernente l’uso della statistica e della manipolazione della stessa, già affrontato in altri saggi più ristretti, apparsi recentemente sulla stampa del CSDDL e su quella specializzata dell’Editrice ESTE.

 

 

Ultimo aggiornamento Domenica 18 Giugno 2017 19:25  

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