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il lavorista IX n. 2

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12 e 13 DICEMBRE

SEMINARIO NAZIONALE

AMBIENTE SALUTE e SICUREZZA 

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IL MERCATO DEL LAVORO IN ITALIA:

LA DIFFUSIONE DELLE FAKE NEWS

E L’OSCURAMENTO DELLE … REAL NEWS

(a proposito dell’alternanza scuola-lavoro in una società dove il lavoro non è noto)

 

Il titolo di questo saggio mi è stato suggerito da una recente e stimolante esperienza didattica che ho voluto sperimentare in un liceo pugliese a me caro per ragioni tutte personali e di ricordi familiari. Attraverso un seminario rivolto a tutti i docenti di una scuola che, secondo le classifiche pubblicate dalla società Agnelli sul sito www.Eduscopio.it, risulta essere il miglior liceo scientifico di Bari e provincia stante i risultati dei sui ragazzi in entrata all’università (voti conseguiti e crediti formativi acquisiti, pesati a seconda delle facoltà scelte), ho cercato di approfondire analiticamente e con metodi didattici attivi, il tema dell’alternanza scuola-lavoro. Si tratta di far conoscere una legge e farla conoscere agli studenti, divenuta attuale per la novella sulla “Buona scuola” (rivelatasi appunto una “novella” a conferma del famoso brocardo nomen omen), al fine di permettere la sua accettazione e diffusione tra gli studenti, fino ad oggi in tutto il Paese estremamente diffidenti verso finalità e contenuti della stessa, stante la sfiducia verso un mercato del lavoro, con tutte le sue contraddittorie valenze ed asperità, nel quale auspicabilmente possano trovar posto. Nulla dice in proposito questa novella legislativa e perciò l’esperimento è apparso di ardua, ma comunque stimolante, attuazione.

Nel seminario che ha visto i docenti discenti attenti quanto vivaci, sono venute fuori tutte le contrastanti informazioni sul mercato del lavoro e sulle sue cifre, riguardo agli occupati, specialmente nel Sud, per genere ed età, nonché per scolarità o ancora sulla tipologia di occupazione che è possibile reperire attualmente nel nostro Paese. Si sono sentiti i dati più strani e contrastanti, sempre attinti da social, la televisione per prima, secondo i programmi ed i canali attinti, che hanno creato una confusione tutt’altro che adatta a trovare in una legge, quella appunto sulla alternanza, gli spazi positivi per l’attuazione di uno strumento utile ad incrementare ed a rendere più facile l’accesso al lavoro. Così si sono scontrate opinioni supportate dal “milione di posti di lavoro in più negli ultimi tre anni” (dato propinato e reiterato come una litania da qualcuno con scarsa fortuna) con altre opinioni suffragate dalla più recente statistica ministeriale, a sua volta suffragata parzialmente dall’istituto governativo preposto appunto alle statistiche, l’Istat, che riducevano l’incremento dell’occupazione stabile a meno di cinquantamila unità negli ultimi anni, così validando la tesi diffusa di un mercato del lavoro, quello italiano, in assoluto primo in Europa per precarietà del lavoro, specialmente tra i giovani, particolarmente nelle regioni meridionali, nei settori più deboli dell’economia.

A fronte di questo vorticoso bailamme di dati, è stato difficile, ma insieme istruttivo anche per chi si sforzava di affrontare tecnicamente i temi della legge sull’alternanza e le modalità di attuazione della stessa, tenendo presente l’irrisorio stanziamento di fondi previsto in essa e l’altrettanto irrisoria previsione di stanziamenti di supporto all’occupazione nell’attuale legge Finanziaria, sottoposta allo stringente controllo, con la lente di ingrandimento della diffidenza, degli organismi europei preposti alla vigilanza sulle politiche di spesa di un Paese come il nostro ad elevato debito pubblico ed ancora incapace di ridurre lo stesso, così da non indebitare ulteriormente le future generazioni.

L’ impressione che si è ricavata da questa esperienza didattica è stata, da chi ha tentato l’esperimento, a dir poco preoccupata: la politica dell’informazione e dell’orientamento della stessa, insieme al controllo dei suoi mezzi, primi fra tutti la televisione e la carta stampata, sta creando costi irreparabili e una ricaduta sulla cultura diffusa anche tra le classi più evolute, che trova un indiscutibile riscontro scevro da pregiudizi ideologici o valutazioni di parte, dei dati che si sono succeduti negli ultimi tempi delle tornate elettorali, sia di carattere istituzionale (vedi i Referendum, quello generale sul tentato “golpe morbido” della riforma della Costituzione, nonché quelli, altrettanto morbidi quanto sottilmente minatori sulle autonomie locali) sia di carattere politico, pur limitati territorialmente e per conclamate limitate finalità.

Si tratta di una sensazione di grande confusione, ma soprattutto di grande disinformazione sulla realtà del nostro Paese, che ha creato un humus sul quale tutti gli interventi legislativi, perfino quelli con una, sia pur parziale, volontà positiva di incidere su aree di ritardi e difficoltà nel nostro Paese, quali la scuola (la legge sulla alternanza) o il mercato del lavoro (il Jobs Act con le poche finalità positive a fronte delle molte negative) o la sanità, finiscono per esser tutti mal compresi e pertanto mal digeriti e male accettati, rendendo così invani tutti gli sforzi di operare effettivamente su un tessuto, quello sociale dell’Italia, per trasformarlo, migliorarlo e renderlo competitivo, in un agone europeo che con l’Europa a ventisette diviene ormai capace di esaltare o sminuire ruoli dei singoli protagonisti, gli Stati membri, spesso con pesanti contrasti interni.

Se questo è il terreno di cultura delle notizie e dei dati, propinati senza alcun filtro e molto spesso tarati ad usum delphini su interventi legislativi volti a modificare gli assetti di un Paese e se questa è la percezione da parte di soggetti estremamente qualificati e determinanti, per la loro collocazione operativa, la scuola, luogo naturale dove si forgiano giovani menti per trasformarle in soggetti pensanti e critici, i nostri figli, non c’è da stare tranquilli per il futuro. A questi soggetti, mentre si parla di un mercato del lavoro che ha assorbito, con regole restrittive e non rispondenti ai principi costituzionali del diritto al lavoro come diritto “certo” e stabile e come diritto capace di garantire, attraverso la “giusta” retribuzione dello stesso, “un’esistenza libera e dignitosa” (art. 36 della nostra Carta costituzionale), non si dice che nel frattempo nel nostro Paese, a fronte di una produzione industriale cresciuta del 2,2 % negli ultimi sette mesi, il dato sui consumi delle famiglie, così come valutato dall’indicatore di consumi della Confcommercio è cresciuto solo dello 0,6% nello stesso periodo, per l’ovvia ragione di una stagnazione dei salari, il tutto con una aumentata produzione ed un incremento del Pil di cui, come si vedrà subito in appresso, ha goduto solo una minima parte della popolazione, della quale non fan certo parte i docenti impegnati per l’alternanza scuola lavoro per 400 (per gli istituti tecnici) o 200 (per i licei) ore suppletive da aggiungere a loro carico di lavoro.

La verità è che si assiste ad un apparentemente inarrestabile aumento della quota di remunerazione del fattore produttivo “capitale” rispetto a quella del “lavoro” e poiché il primo è concentrato in relativamente poche mani rispetto al secondo, ciò comporta una parallela crescita delle disuguaglianze di reddito. È vero che questo fenomeno è globale nella società capitalistica, Marx l’aveva ben definito nelle sue proporzioni scrivendo la monumentale opera del Capitale, oltre centocinquanta anni fa’, ma in Italia il fenomeno assume, da molti anni, socialmente ed economicamente, per le sue dimensioni statistiche, caratteristiche e dimensioni superiori a quelli dei più grandi partners europei comparabili al nostro Paese. Nell’ultima rilevazione ufficiale dell’Ocse disponibile, quella del 2014, sulla base del coefficiente di Gini, così chiamato dallo statistico italiano che cent’anni fa’ elaborò dei parametri universalmente utilizzati perché ritenuti affidabili e che misura il grado di diseguaglianza sociale all’interno dei diversi Paesi, si è rilevato che il valore dello stesso in Italia è riconducibile a 0,326 a fronte dello 0,297 della Francia, dello 0,289 della Germania fino ad arrivare allo 0,274 della Svezia e ancora allo 0,256 della Danimarca. Questo dimostra che il tessuto economico sociale del nostro Paese è estremamente meno solido di quello dei Paesi vicini, creando nella società molte più tensioni che trovano nelle contraddizioni territoriali e nelle carenze ed insufficienze dei servizi sociali erogati, il loro riflesso.

Ma d’altra parte questo coefficiente, pur tanto elevato, come si è scritto, rispetto a quello degli altri Paesi, solo parzialmente serve a dare la fotografia della nostra grave realtà sociale se solo si  guarda all’evasione fiscale di dimensioni bibliche che caratterizza l’Italia, fino a far dire al Governo che un recupero di poco più di dieci miliardi nell’ultimo anno è un fatto estremamente significativo, a fronte, invece, di una evasione che, con una stima minima, che mette d’accordo, tutti di oltre centodieci miliardi nell’ultimo anno, non si è neppure recuperato il dieci per cento dell’evasione stessa. Eppure tre “scudi fiscali” con una voluntary disclosure hanno riportato in Italia in quindici anni poco meno di centocinquanta miliardi di euro di cui solo dodici (il 4,7 %) è andato al fisco, facendo mettere mano alle trombe del recupero dell’evasione sopra riportato. Ma tutti questi dati, riguardando non fake news ma viceversa incontestabili real news, non sono diffusi, vengono anzi tenuti nascosti dalla stampa e da tutti gli altri mezzi di informazione ai cittadini così da tenere l’opinione pubblica in uno stato di torpore intellettuale su cui facilmente si innesta rifiuto e conseguente confuso populismo rivendicativo e propositivo.

In questo quadro è così facile dire che le fake news sulla occupazione ed i rumorosi quanto infastidenti discorsi della presunta e velleitaria rivoluzione copernicana del Jobs Act sul mercato del lavoro servono solo a nascondere le real news di una società che i dati comunitari (difficilmente smentibili perché frutto di un’analisi condotta dal sistema bancario europeo, la BCE, notoriamente “orientata” verso il nostro Paese certo negativamente dal suo attuale responsabile, nostro conterraneo) danno l’Italia in ritardo nella ripresa e prevedono per gli immediati anni futuri un ulteriore incremento della forbice della velocità di ripresa, perfino ipotizzando un calo dell’attuale dato appena superiore all’1,5%, fino a portarlo all’1,1% nel 2019, mentre il resto dell’Europa a ventisette continua a crescere ad un ritmo superiore a più del doppio rispetto al nostro.

Come si può, in questo quadro, “insegnare” agli “insegnanti” a sperimentare l’alternanza scuola - lavoro se gli stessi docenti, come cittadini, non conoscono o vengono falsamente informati su questa realtà che molto spesso viene nascosta o mistificata su tutti i mass media? Come si fa ancora ad imporre un carico aggiuntivo di lavoro (quattrocento ore per gli istituti tecnici e duecento per i licei, invecchiati e con programmi e direttive ministeriali spesso confuse e contraddittorie) quando con i parametri di Gini e con l’evasione fiscale innanzi riportata si accerta che centinaia di miliardi sfuggono al bilancio della collettività e ad una politica realmente perequatrice, mentre si discute se riconoscere arretrati o adeguamenti retributivi a soggetti a reddito fisso, progressivamente eroso dal costo della vita? Così la classe dei “docenti-discenti” è diventata un vulcano acceso. In questa situazione, in conclusione, anche le migliori intenzioni dei Legislatori confermano il detto “la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni”, quando anche nei sacrari della cultura aleggia la società delle fake news, volta ad accecare ed obnubilare le menti, anche le migliori.

Una postilla: è di questi giorni un dato significativo che, raffrontato a quello di altri Paesi, gli Usa per primi, dà la chiave di lettura della situazione del nostro. Su oltre quarantamila detenuti in Italia solo duecentoventinove sono incriminati per corruzione o concussione, cioè lo 0,5%: riportare il dato omologo della Finlandia ci porterebbe a dire che quest’ultimo Paese è la patria della corruzione e della concussione, mentre il nostro costituirebbe con i suoi virtuosi cittadini l’ultimo girone dantesco del Paradiso. Televisione e giornali ci riempiono ogni giorno di fatti criminosi sull’argomento. Che la magistratura sia un po’ distratta? che le carceri siano troppo poco ospitali per corrotti e corruttori? La risposta al lettore.

Gaetano Veneto 

Ultimo aggiornamento Sabato 09 Dicembre 2017 18:57  

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