CSDDL.it - Centro Studi Diritto Dei Lavori

Home Unione Europea Unione Europea Il diritto del lavoro europeo nel dialogo tra le Alti Corti

Il diritto del lavoro europeo nel dialogo tra le Alti Corti

E-mail Stampa PDF

Il diritto del lavoro Europeo nel dialogo tra le Alte Corti 

di Raffaele Mancuso 

Ai fini della costruzione di un ordinamento giuridico unitario, il primato del diritto europeo, “sottoscritto” da tutti gli Stati aderenti all’U.E e dalla sentenza della Corte di Giustizia Costa/Enel del 1964, si sviluppò pian piano anche nell’area della politica sociale, sia grazie agli interventi normativi sia anche grazie al “ fiorire” della giurisprudenza della Corte di Giustizia, alla quale il Trattato affida  il compito della  nomofilachia a livello comunitario. Tra gli strumenti statuiti dal Trattato a questo fine, certamente merita rilievo la procedura di interpretazione pregiudiziale prevista dall’art. 234 del Trattato[1]. La nomofilachia comunitaria si spinge oltre l’obiettivo della uniformità interpretativa, difatti, è indirizzata alla funzione di vera “integrazione/interpretazione autentica” dei precetti posti all’attenzione e vagliati dal Giudice comunitario[2]. I dettami delle sentenze della Corte Cee sono recepiti, spesso, dalla Corte costituzionale, in quanto assimilate allo “Jus superveniens”, idoneo a supportare la restituzione degli atti al giudice remittente[3].La forza normativa della nomofilachia europea si riverbera sul piano nazionale, quando  i contenuti della direttiva vengono assunti come criteri e principi direttivi di una legge delega[4]. Si ha, quindi, un’ avvicinamento e  un “dialogo”  tra Corte costituzionale e Corte di giustizia, dialogo arricchito dalla partecipazione della Corte europea dei diritti dell’uomo[5].

Tale collaborazione ha certamente avuto effetti positivi, nel riconoscimento da parte della Corte costituzionale alla Corte di giustizia di una funzione esclusiva della nomofilachia comunitaria, nel non rinunciare, da parte della Corte costituzionale, alle proprie prerogative in inerenza alla conformità della normativa europea ai principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale.La normativa CEDU, interpretata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, viene ad essere assunta, dalla Corte costituzionale, come parametro per il giudizio di legittimità costituzionale, che non vuol significare attribuzione di rango costituzionale alle norme di accordi internazionali recepite in leggi ordinarie come le norme CEDU. La Corte costituzionale e la Corte di giustizia, pur nel mantenimento di ruoli diversi, confluiscono nel loro fine,  più elevato, di tutelare i diritti fondamentali dell’uomo. Interpretare la CEDU e i protocolli annessi è compito della Corte di giustizia che assume la funzione di garante di un uniforme livello di tutela dei principi in essa espressi. La Corte costituzionale, nel caso di contrasto di legittimità costituzionale, tra una norma Cedu e una norma nazionale rispetto all’art. 117, comma 1, Cost, ha l’onere di verificare il contrasto e se esistente, operare al fine di valutare se le stesse norme CEDU come interpretate dalla Corte di giustizia, abbiano in seno un livello di tutela dei diritti fondamentali al pari del livello di garanzia, circa gli stessi diritti fondamentali, della Costituzione Italiana[6].

Tali sviluppi, sul piano dei diritti sociali fondamentali, sono ravvisabili anche dalle fonti internazionali, come la convenzione OIL. I Trattati di Maastricht e di Amsterdam, come la vecchia Carta Sociale europea del 1961, la Carta di Delors del 1989 e la Convenzione dei diritti dell’uomo di Strasburgo, hanno in sé il ruolo fondamentale  della Corte di giustizia quale garante dei diritti sociali fondamentali. Per poter parlare di Europeizzazione dei principi di diritto internazionale del lavoro, quindi, è necessario aspettare la Carta di Nizza del 2000 che rivisita molti  dei concetti espressi nella Carta sociale europea del maggio del 1996. 

1.    Gli effetti del dialogo tra le Alte Corti nell’ambito della politica sociale. 

Come espresso in nota numero quattro del precedente paragrafo, il dialogo delle Corti portò alla sentenza Francovich, ma non solo, infatti produsse effetti che rafforzarono il diritto europeo del lavoro.Meritevole di rilievo è la centralità dei diritti di informazione e consultazione che assume il modello “europeo” delle relazioni sindacali e d’impresa, al fine, in situazioni di crisi, non solo di evitare conflitti intestini all’impresa ma anche nei rapporti di lavoro quali licenziamenti collettivi.Il legislatore sul piano nazionale ha dimostrato poco interesse, forse a causa del susseguirsi di vari problematiche, riguardo gli obblighi di trasposizione delle copiose direttive che pongono su un piano di rilievo le procedure di confronto sindacale. Come spesso succede nel nostra paese, solo dopo alcune procedure di infrazione, negli anni novanta vi fu un “cambio di rotta”, con le leggi sui licenziamenti collettivi e sul trasferimento d’azienda[7].

Il dialogo tra giudice comunitario e nazionale è stato di grande rilievo e d’indubbio interesse, ad avviso dello scrivente, in merito alle discriminazioni che il cittadino di uno Stato membro può subire a causa di alcune norme nazionali rispetto ad altro cittadino di uno Stato membro che possa usufruire dell’applicazione diligente di tali norme cosi come recepite dalla legislazione comunitaria.[8] Secondo la giurisprudenza della Corte di giustizia sarebbero situazioni interne, che non hanno alcun collegamento europeo, disciplinate dalla normativa nazionale, per le quali il cittadino subirebbe un trattamento diverso e iniquo al confronto con quello che spetterebbe allo stesso se cittadino di altro Stato membro[9]. I principi del Trattato in tema di libera circolazione dei lavoratori che, pur ridimensionato per il diffondersi delle competenze comunitarie, hanno ridefinito i contorni del fenomeno attraverso i poteri contenuti nell’art. 308 del Trattato e attraverso la giurisprudenza della Corte di giustizia che ha interpretato in maniera estensiva i poteri delle istituzioni in merito alle competenze esterne rispetto alle interne. Recentemente prevale l’orientamento favorevole al giudicare anche in assenza di elementi di transnazionalità al fine di poter evitare situazioni contrarie alla libera circolazione delle persone, un esempio ne è la la sent. della Corte costituzionale  n.249/1995 rel. Mengoni. Esempio è il c.d. caso Angonese segno di un iter evolutivo del dialogo tra le Corti nella condivisa volontà  di una soluzione sul divieto di discriminazione alla rovescia.La vicenda vedeva la compatibilità rispetto al diritto europeo di una clausola all’interno di un bando di concorso emanato da una Banca che espressamente prevedeva, quale condicio sine qua non di partecipazione, l’attestato di conoscenza della lingua tedesca rilasciato da un’autorità della sola provincia di Bolzano, il candidato in fieri, l’Angonese, con cittadinanza italiana pur avendo una ottima padronanza della lingua tedesca in quanto residente in Austria, era escluso dal concorso. La Corte di giustizia statuì, con sentenza del 6 giugno 2000, C- 281/98, che tale condicio sine qua non imposto al candidato de quo raffigurava una discriminazione in base alla cittadinanza contraria all’art. 39 del Trattato[10]. 

2.    Il dialogo tra le Alte Corti e le persistenti problematiche del diritto europeo del lavoro.

Importante e decisiva chiave di lettura, alla definizione puntuale, del concetto di ramo d’azienda è contenuta nel dialogo tra Corte di giustizia e Corte  di Cassazione per quanto concerne l’interpretazione dell’art. 32 d.lgs. n. 276/2003 circa la preesistenza del ramo d’azienda. Proficuo il dibattito sulla disciplina del contratto di lavoro a termine, che ha attinto parecchi argomenti dalla controversa sentenza Mangold del 22 nov. 2005, n. 144/04 sulla limitazione dell’ambito di applicazione della direttiva n. 70/99/ CE e della c.d. clausola di non regresso esclusivamente al regime dei rinnovi dei rapporti a termine, con i chiarimenti forniti dalla sent. 44/2008 Corte costituzionale. Tale ultimo dibattito ha recepito nuovi contributi dalla Corte di giustizia in materia di rapporto di lavoro a termine nel pubblico impiego cui Alcune sentenze[11] hanno ricevuto una confluenza di posizioni tra  la Corte di giustizia[12] e la Corte costituzionale.Nel dialogo tra le Corti segnali si registrano in inerenza al divieto di discriminazione e alla parità di trattamento, merita rilievo: il caso Richards[13] la ricorrente persona anagraficamente alla nascita di sesso maschile, successivamente ad intervento chirurgico per il cambio di sesso, presentava istanza al fine di ottenere una pensione di vecchiaia al compimento del sessantesimo anno d’età. L’istanza veniva respinta in quanto presentata in anticipo di circa quattro mesi al compimento del sessantacinquesimo anno d’età.[14] Nella causa C-13/94, Corte di Giustizia 30.4.1996, la Corte Comunitaria stabilì che la direttiva 79/7 vieta il licenziamento di un transessuale per motivi inerenti al sesso. La Corte afferma che “il principio della parità di trattamento tra uomini e donne al quale la direttiva fa riferimento nel suo titolo, nei suoi considerando e nelle sue disposizioni implica l’assenza di qualsiasi discriminazione fondata sul sesso”. Il dialogo tra le Corti si traduce  in una specie di tutela multilivello[15].Concludendo la Corte Costituzionale dovrà tener conto di un sistema di diritti tutelati da due testi normativi concorrenti e vigenti, in virtù dei quali la tutela dei diritti si sviluppa su più piani costituzionali che si condizionano reciprocamente, con l’effetto che, come espresso dalla Carta di Nizza all’art. 53, il diritto disciplinato da più testi dovrà trovare tutela ove vi sono le garanzie più forti.



[1] Modello procedimentale che ha permesso alcune soluzioni a livello nazionale sul piano pubblico, art.64 del T.U. n. 165/2001 e art. 420- bis c.p.c. per le controversie di lavoro privato
[2] Interpretazioni che spesso  vengono consolidate in una nuova formulazione normativa, es. sentenza Suezen dell’ 11 marzo 1997, ex plurimis, che hanno portato alle modifiche della direttiva n. 77/187/CEE sul mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento d’azienda, dopo confluite nella direttiva n. 98/59/ CEE, con una completa definizione di ramo d’azienda.
[3] Vd. ord. n. 256/2006, nella quale la Corte costituzionale ha invitato il Tribunale di Rossano a prendere visione della sentenza di Mangold del 2005 della Corte di giustizia che aveva  definito in maniera puntuale il significato di clausola di non regresso
[4] Es. sentenza Francovich estensivo della portata della legge comunitaria del 1990, attraverso cui fu possibile alla Corte Costituzionale assolvere all’accusa di difetto di delega del d.lgs. n. 80/1992 nella parte in cui introduceva il principio, espressamente statuito dalla citata sentenza, della responsabilità dello Stato nei confronti dei lavoratori rimasti privi della tutela a fronte dell’insolvenza del loro datore di lavoro.
[5] V. sent. nn. 348/2007 e 349/2007.
[6]  In questo si può ravvisare che la Corte di giustizia ha un ruolo essenziale di mediazione tra principi generali del diritto comunitario e diritti fondamentali nazionali e internazionali.
[7]  L’Italia venne nuovamente censurata per la mancata attuazione della direttiva 200/14-sent. 1° marzo 2007, C- 327/06- fin al d.lgs. n. 25/2007.
[8] Cfr. B. Nascimbene, Le discriminazioni all’inverso: Corte di giustizia e corte costituzionali a confronto, in Atti del Convegno organizzato dalla Corte costituzionale nel 2007.
[9] V. sent. 28 marzo 1979, n. 175/78 Regina, c. Sauders.
[10] La novità colta nel 2004, sent Corte di Cass. 11 ottobre 2004, n. 20116, la quale per poter assimilare il ricorrente italiano ai cittadini degli Altri Stati membri, ha individuato il collegamento con il diritto comunitario nella circostanza che il candidato era destinatario della direttiva Cee n. 93/96 relativa al soggiorno degli studenti. Emergeva la tendenza comune alle tre Corti di poter estendere la stessa tutela sulla libera circolazione , a tutti i lavoratori di cittadinanza comunitaria.
[11] Sent. Adeneler, Marrosu, Sardino, del 2006 ed Impact del 15 aprile 2008.
[12] La quale pur senza accennare all’art. 97 della Costituzione riconosce la correttezza comunitaria dell’art. 36 del T.U. sul pubblico impiego ove prevede una sanzione risarcitoria se dotata di sufficiente forza dissuasiva.
[13]  Corte giust. 27 aprile 2006, C- 423/04, in Guida al Diritto, Diritto Comunitario e internazionale, n. 3, 2006, 52
[14]  Età necessaria per gli uomini , nel Regno Unito, per ottenere la pensione di vecchiaia.
[15] Cfr. A.Alaimo, Il diritto al lavoro fra Costituzione nazionale e Corte europea dei diritti. Un diritto “aperto” e “multilivello” in W.P.C.S.D.L.E “ Massimo  D’Antona”, 60/2008.
Ultimo aggiornamento Venerdì 18 Gennaio 2013 11:55  

Newsletter

In primo piano