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EDITORIALE

a cura del prof. Gaetano Veneto

LA RIPRESA DOPO UNA TRAGICA PANDEMIA ED UNA GUERRA

(TRAGEDIA O FARSA BIPOLARE CON RICADUTA INTERNAZIONALE?)

LE RAGIONI DI UN AMPLIAMENTO DI ORIZZONTI E TEMI

Cari lettori, Amici e soci del Centro,

dopo oltre un anno di sospensione del lavoro e delle attività del Centro Studi di Diritto dei Lavori, dell’Ambiente e della Sicurezza e, come vedremo più avanti, di altre branche del lavoro umano, anche le più nuove e lontane, con questo Editoriale potremo riprendere il filo del discorso con il classico e lapidario Esergo dei classici latini: Heri dicebamus.

IL CONTESTO

Per ritessere la tela strappata così a lungo per varie ragioni, soggettive e oggettive, tra tutte la maligna pandemia ed una guerra “strana” (ci torneremo su) di cui ancora non si intravvede la conclusione, sia permesso riprodurre uno stralcio dell’Editoriale del primo numero della Rivista, oggi ormai vecchio di ben 3 lustri. Cosa scrivevamo a metà del 2007 e cosa riproponiamo, allargando confini, contenuti e prospettive di questo faticoso ma, per noi, stimolante e vitale tentativo di coinvolgimento di intelletti e coscienze di questo tema universale: il lavoro.

“Chi siamo? Perché questa Rivista? Attorno a chi scrive, da molti anni ormai, liberamente, pur se in stretto ma non “clientelare” contatto con l’Università barese, un gruppo di cultori, nel senso più ampio e meno accademico della parola, avvocati, giovani ricercatori liberi, magistrati, funzionari pubblici (Ministeri del Welfare, della Giustizia, altre Amministrazioni pubbliche) discutono, scrivono, partecipano a convegni, pubblicano, su supporto cartaceo, contributi su tematiche del nuovo e più ampio diritto del lavoro, quello “dei lavori” come ormai, da oltre un decennio, con felice formula si sintetizza tutta la problematica connessa ad ogni forma di espressione regolamentata del lavoro nella società moderna. La nostra scelta è stata quella di invitare ad un libero Forum tutti, gli studiosi, gli operatori e tutti gli interessati comunque ad approfondire, presentando problemi, ipotesi di lavoro, offrendo contributi su temi del lavoro, e specificamente del diritto che disciplina qualsivoglia tipo di lavoro, partendo dall’esperienza pugliese e meridionale. La scelta della rivista on line è quasi ovvia anzi, forse, necessitata: se è vero, come è vero, che la stampa quotidiana e periodica nord americana e nord europea, in questi ultimi mesi, a partire dalla fine dello scorso gennaio 2007, ha intonato il suo de profundis, dando per scontato che nei prossimi 10 – 12 anni i supporti cartacei dell’informazione resteranno veri e propri ruderi e insieme prodotti da “proteggere” come memoria storica, a fronte della diffusione generalizzata dell’informazione, dello studio e della ricerca sempre più esclusivamente on line, allora la nostra scelta non poteva essere diversa.”

Quindici anni hanno confermato le “ragioni di una presenza” a quel tempo scelta per affrontare ed offrire insieme all’interesse e alla partecipazione su queste tematiche, oggi vi è più pressanti nella società capitalistica, giunta ad un bivio pericoloso quanto difficile da posizionare criticamente con canoni rapidamente modificati dall’assetto geo-politico-economico del Pianeta ad Occidente come, soprattutto, nel frastagliato Oriente, russo-sino-indiano tutto da decrittare. Non a caso sul tema, proprio nell’ultimo Editoriale dato alle stampe (nell’ultimo numero cartaceo di questa Rivista, nell’aprile 2020) scrivevamo quanto in appresso: “Quest’anno, con la sua improvvisa apparizione, già nei primi giorni di febbraio, una nube sembra diffondersi e svilupparsi su tutti i cieli dei Paesi, dalla Corea al Giappone, dalla lontana Cina fino a giungere in Europa, in Italia in particolare, e fino alle lontane Americhe, quella di un’epidemia che sembrerebbe assumere addirittura la forma pandemica. Così passano in second’ordine i gravi problemi che affliggono inesorabilmente tutto il mondo, se non affrontati immediatamente: il pauroso disastro ambientale, insieme alla crescente, amara ed indegna, sempre più grave contrapposizione fra grandissimi (pochi) ricchi ed immense folle di indigenti, con le conseguenti incontrollabili migrazioni, diventano solo occasioni di convegni di studio e, peggio, valido terreno di coltura per operazioni politiche e giri di valzer di piccolo cabotaggio.”

I due richiami a precedenti Editoriali permettono di aprire una parentesi che potrà servire da sfondo e riferimento per tutto quanto in seguito affronteremo nel presentare contenuti nuovi e, dovendo usare, da parte nostra, strumenti conoscitivi il meno possibile viziati e deviati da un’informazione scritta e visiva oggi sempre più “pilotata”, ricchissima di messaggi deviati e fake news, da trattare con attenzione ed estremo senso di responsabilità, per poter riprendere con impegno e passione ad occuparci del Centro e della Rivista, profondamente come stiamo cercando di motivare, con questo Editoriale ed a fronte di questo biennio di grandi, ed anche tragiche, novità.

L’occasione viene offerta dal momento storico e dagli assetti globali, economici e sociali, interni ed internazionali, che appaiono travolti funditus dalla guerra in Ucraina, occasione di una spericolata, se non incosciente, partita a scacchi tra potenze più o meno declinanti o, all’opposto, emergenti, letteralmente… sulla pelle di inermi popolazioni spettatrici del gioco al massacro.

È di qualche settimana addietro un’intervista apparsa su di un organo di stampa nazionale nel nostro Paese al grande linguista e politologo Noam Chomsky, novantaquattrenne guru dei democratici radical-marxisti statunitensi, che offre una dura, ma incontestabile, chiave di lettura dell’attuale conflitto di cui è difficile vedere la conclusione, comunque impossibile determinare i devastanti effetti economici e sociali, in particolare per i Paesi più deboli e più poveri. La sentenza è chiara: “Mosca è decaduta, Washington è in decadenza”. Tranchant, ma incontestabile. Al grande politologo statunitense – (e sarebbe ora di usare debitamente e correttamente questo termine al posto dell’abusato e scorretto aggettivo “americano”, inconsciamente imperialista e geo-politicamente scorretto dovendo tener presente doverosamente che americani sono i colombiani, i brasiliani, i venezuelani, i canadesi, i messicani visto che America, per usare il termine storico onnicomprensivo, è tutto l’emisfero che si “contrappone” o, più semplicemente, giustappone al Nostro) – sfugge solo che il terzo soggetto determinante negli equilibri internazionali è la Cina non certo interessata, almeno per ora, a questo sanguinoso autodafé tra due potenze sempre più del passato e restie a rinnovarsi nei valori, ambedue capitalistici, nelle istituzioni e nella gestione della politica di potere in campo internazionale.

Nell’intervista a Chomsky, il giornalista propone un parallelo, stimolante – nonché giustificante la ragione dell’allargamento a nuove professioni, nonché ad aree di letteratura e storia della nostra Rivista, a partire da questo numero, per leggere lavoro, flussi migratori, nuove tecnologie e nuove occupazioni nel mondo – nell’inquadrare e leggere il conflitto russo-statunitense come la guerra che per secoli vide contrapposti, sfibrandosi reciprocamente, l’Impero Romano all’Impero Persiano… allora come ora! L’ex Impero Russo, storicamente improbabile ed improponibile, consuma le sue energie, progressivamente insterilite, in una pseudo guerra artatamente alimentata da un altro, ormai ex, Impero, del capitale e delle finanze, in rapida crisi pre-agonica. Allora, l’equilibrio si spezzò alla fine solo con la vittoria dei romani, mentre l’unico risultato storicamente rilevante come conseguenza fu la grande diffusione dell’islamismo su due contendenti ormai esangui. Proseguendo nell’analogia, potrà comprendersi perché la Cina non è oggi impegnata in prima persona, seduta com’è sul… fiume nel quale cominciano a scivolare, finendo al mare, due ex grandi imperi: così appare l’attuale situazione, così possono facilmente prefigurarsi, salvo smentite sempre possibili nella storia, le prospettive dei nuovi equilibri di potere.

Questo quadro, il “contesto” appunto – nel quale vecchi lavori muoiono, nuovi nascono, altri rinascono profondamente modificati da tecnologie web e mondo informatico, con il diffondersi e la nazionalizzazione o internazionalizzazione di piattaforme di grande rilievo – ha determinato l’implosione e modifica di modi di produrre, di generare profitto, di piegare al consenso più o meno drogato, volontà di interi stati e popolazioni: non poteva, questo contesto, che condizionare anche il respiro, il ruolo ed i contenuti di Centri e Riviste nate, come la nostra, per studiare e vivere i cambiamenti epocali.

Il nostro pensiero, a questo punto, va, nello sforzo di raccogliere il contributo di intelletti e culture sempre meno lontane, anzi, essenziali per rileggere tutto quello che gira attorno e crea sempre lavori “nuovi” o grandi crisi di carenza di spazi per vecchie o sempre più svuotate professionalità, all’esigenza di quanto suggeritoci da grandi intellettuali dei quali, con il dovuto interesse, si celebra il centenario della nascita in quest’anno di pandemie e guerre. Dal carcere di Turi, in pieno regime oscurantista e volgarmente subculturale, il Fascismo, Gramsci, l’intellettuale sardo che leggeva, meglio e più di altri, la realtà italiana, e Pierpaolo Pasolini, un intellettuale “luterano” ed insieme “clerico vagante” di una cultura italiana del Secondo Novecento, del quale riproponiamo, appunto per la celebrazione del centenario della nascita, un concetto che ci appare di estrema attualità nel dare le coordinate a cui severamente ci atterremo, proponendo a tutti i nostri collaboratori di seguire l’esempio, riportando una frase scritta nella “Lettera luterana” ad Italo Calvino pubblicata su “Il Mondo” del 30 ottobre 1975 il giorno prima della sua morte e ripubblicata postuma nel 1976 nel volume Lettere luterane, nella quale more solito profeticamente, come in molti degli altri scritti, Pasolini concludeva una dolente ed amara analisi su funzioni e ruoli degli intellettuali, e tra essi i giornalisti, con queste parole. “Oggi pare che solo platonici intellettuali…magari privi di informazioni ma certamente privi di interessi e complicità, abbiano qualche probabilità di intuire il senso di ciò che sta veramente succedendo: naturalmente però a patto che tale loro intuire venga tradotto – letteralmente tradotto – da scienziati anch’essi platonici, nei termini dell’unica scienza la cui realtà è oggettivamente certa come quella della Natura, cioè l’Economia Politica”.

Il riferimento all’oggettività dell’Economia (scritta con la maiuscola significativamente come chiave di lettura oggettiva della vita degli uomini) appare, anche e specialmente oggi, anch’esso un po’ “platonico”. Era, per il grande e controverso scrittore dai molteplici interessi culturali e politici, un tentativo di cercare una interpretazione della realtà, in quegli anni, allora come ora, complessa e ricca di contraddizioni. Allora gli intellettuali cercavano, imbevuti ed arricchiti dai valori (e, talvolta, disvalori) dei decenni precedenti, dalla Resistenza alla Costituzione repubblicana, di interpretare il decennio precedente, quello forse più vivo e fertile di sviluppi dopo metà degli anni ’60 ed i primi anni dei ’70, che avevano portato l’Italia a collocarsi nei primi posti di un capitalismo venato di istanze neo-liberali, quando non socialiste e, comunque, democratiche.[1]

Allora, come ora. In realtà, gli equilibri all’interno del sistema capitalistico, “democratico”, con molte crepe sempre più evidenti da un lato, dall’altro autocratico, se non plutocratico e, nel caso del “continente” Cina, neo-comunista con regime burocratico, hanno (solo per così dire) arricchito e confuso uno scenario che, dal grande politologo statunitense Chomsky, è stato fotografato e “congelato”, con riferimento solo alla fine dello scorso secolo. Lo svolgimento dell’ultimo ventennio, invece, ci porta oggi a cercare di ricostruire ruolo, compiti e capacità di nuotare nel mare magnum, molto agitato dell’oggi, così da ricostruire, giustificando e insieme superando, la trahison de clers che Julien Benda, anche autocriticamente, attribuì ai “chierici” –intellettuali negli Anni ‘27-’30 durante e appena prima dell’infame degenerazione fascista e nazista nel nostro Continente. E noi, con il nostro Centro e con la nostra Rivista, appresa la lezione ed attualizzatala, non vorremmo essere i “chierici traditori” del terzo millennio, passivamente ed acriticamente trascinati dal fiume della Storia.

DAL CONTESTO ALLA RIVISTA E AI COMPITI DEL CENTRO RINNOVATO

Dal quadro, se non fosco, molto articolato ed incerto nelle tinte e nei contenuti sopra esposti si è cercato di ricavare alcune guidelines che hanno permesso di selezionare e proporre i primi fra i molti ed interessanti contributi pervenuti in questo biennio alla Redazione, anch’essa rinnovata, ed al Comitato Scientifico, profondamente modificato ed arricchito di nuove Firme, non più e non solo legate al Diritto del Lavoro, ma sempre più aperte alla cultura umanistica e scientifica (per usare una sempre più datata e vieta separazione), nonché a mondi, oggi sempre più ampi ed interessanti, per il lavoro umano e le prospettive del nuovo homo faber. Scorrendo i nomi dei nuovi organismi, si potrà comprendere il nostro sforzo di inserimento nel contesto sopra riportato per offrire un, forse modesto ma appassionato e, si spera, coinvolgente, contributo critico e costruttivo.

Il numero si apre, per evitare fratture e giustificare il momento genetico del Centro e della Rivista, quello di quindici anni addietro, con il saggio sull’impresa e la progressiva “erosione” dei diritti della parte, almeno storicamente e con pochissime eccezioni, più debole nel rapporto di lavoro subordinato (vecchia e sempre più rinnovata maniera), di Nicola De Marinis, artifex del Diritto del Lavoro nelle Aule accademiche prima, per molti anni, e successivamente, ed ancor ora, nelle Aule ovattate della Suprema Corte di Cassazione, nonché, valente e costante collaboratore sin dai primi vagiti del Centro e della Rivista ancien Régime. Il saggio, con mano delicata ma sicura e con un velato e fatalistico, almeno un po’, spirito critico, ricostruisce il difficile equilibrio (forse meglio, squilibrio) fra poteri e diritti contrapposti tra datore di lavoro (soggetto fisico, giuridico o aggregazione di interessi del capitale nelle sue varie forme) e lavoratore, anch’esso sempre più mutevole nel suo ruolo ed attività. La bilancia sembra pendere inesorabilmente da una parte. Il lavoro è, con tutta la sua vivacità e ricchezza critica, rigorosamente compilato con arricchimenti di dottrine e giurisprudenza, secondo i “canoni” dei contributi scientifici nel campo umanistico, e pertanto del diritto del lavoro stricto sensu.

Segue un secondo saggio, pour cause, collegato al primo ma più esplicitamente e dolorosamente impostato sugli effetti dello squilibrio sopra accennato, e cioè sulla “ingiusta prevalenza”, più esattamente sull’incredibilmente ed a lungo tollerato abuso di potere datoriale con effetti, diretti o indiretti, letali per la parte più debole, il lavoratore. Si tratta di un lavoro sul più noto e grave tema dell’Amianto, fibra usata nell’industria per secoli, con la tolleranza e la copertura nel silenzio di scienza, dottrina e giurisprudenza, così imposto e utilizzato, nella società industriale fino a qualche decennio addietro. L’Italia, anche tra tutti i Paesi europei, è stata e rimane molto spesso nel posto che spesso ricopre nella cultura capitalistica e nell’industria, il fanalino di coda. L’Autore è, anche lui, l’Avv. Ezio Bonanni, un nostro antico Collaboratore (e con lui, l’ONA da lui presieduto, il più grande e attivo Osservatorio sull’Amianto) che presenta un articolato saggio documentato con dottrina e giurisprudenza, anche con riferimenti internazionali, un saggio, completato ed arricchito da una nota aggiunta dalla nostra valida redattrice Avv. Emanuela Sborgia, penalista e lavorista. Qui si gioca una battaglia da decenni meritevole e ricca di risultati, anche se non ancora totalmente soddisfacenti e in progress.

Un recente e coraggioso provvedimento della Corte d’Assise di Taranto, respingendo un’inaudita e temeraria richiesta datoriale (datori di lavoro, pubblici e privati, in un abbraccio, da decenni soffocante e privo di ogni validità e pregio), ha negato l’asservimento dei diritti fondamentali della salute alle esigenze “produttive”, impedendo la ripresa dell’”eccidio di Taranto”. In questo caso, l’ingiusta prevalenza delle esigenze della produzione sul diritto alla vita e alla salute, ha rispettato i diritti primari nella loro gradazione nel dettato costituzionale.

Segue, in sintonia con l’evoluzione dei sistemi produttivi e della “terza rivoluzione post-industriale”, nella prima impetuosa ripresa, dopo la lunga pausa, un terzo tema, un saggio sullo smart-working, valorizzato paradossalmente (ma non tanto) proprio in tempi di Covid. È la punta di un iceberg che si scioglie, quello di un lavoro nuovo, impropriamente e parzialmente, nella nostra lingua tradotto in “lavoro a distanza” ma in realtà più ampiamente definibile come lavoro “ibrido” (è l’ultima traduzione un po’ più acconcia), nel quale dipendenti e “datori di lavoro” trovano soluzioni, nella prestazione lavorativa, che conciliano sempre più il loro spazio lavorativo e di vita con quello personale. Il contributo, stimolante e provocatorio per altri prossimi interventi sulla Rivista, è offerto da Pasquale Maiorano, Ingegnere informatico in un’Azienda leader metalmeccanica nazionale, Dirigente sindacale ed attualmente fra gli impegnati collaboratori della nuova Redazione e rilancio del Centro e della Rivista, in una lettura che, pur partendo dallo scenario del lavoro industriale, si allarga a lavori tradizionali molto spesso svuotati di tensione produttiva, burocratizzati (come nel caso della Pubblica Amministrazione) e, soprattutto, di un Terziario che sempre più allarga il suo spazio in questa rivoluzione post-industriale ancora tutta da definire ed inquadrare. Sul tema, sin da ora si anticipa, si tornerà spesso nei prossimi numeri della Rivista.

Quasi per un contrappasso dantesco, vichianamente interpretabile, dal lavoro nuovo, frutto e naturale attuazione e concretizzazione delle tecniche e procedure applicabili al lavoro nell’attuale società, fino a prefigurare, sempre più per approssimazione vicina alla “intelligenza artificiale”, si è ritenuto di proporre, a fronte dello smart-working, un saggio sul lavoro “primario” dell’uomo, il lavoro nell’agricoltura, più esattamente la patologia dello stesso. Con un breve ma provocatorio contributo, Giulio D’Imperio, docente universitario e professionista impegnato, già collaboratore nelle passate edizioni della Rivista, analizza cause ed effetti di questa piaga che turba gli equilibri economici e sociali nel Mezzogiorno del nostro Paese anche se, proprio di recente, si è potuto constatare che il Nord, un tempo “felice” e produttivo dello Stivale, anche approfittando di una immigrazione, molto spesso irregolare ed incontrollata per i noti problemi di disequilibri fra economie ricche e interi continenti paurosamente più poveri, hanno reso difficile il controllo dello sfruttamento del lavoro nel settore agricolo. Il tema, purtroppo, è sempre più attuale anche per emigrazioni, sempre più dovute a grandi tensioni che sfociano in guerre come nel caso odierno dell’Ucraina. Anche in questo caso si può credere che i prossimi numeri ed iniziative, Editoriali e convegnistiche e, soprattutto, i prossimi numeri di questa Rivista, rivedranno la presenza di questo tema che, in quadro più ampio dei disequilibri e riassestamenti del sistema economico internazionale, altro non sono che una riproduzione, più o meno ampia o limitata, delle grandi immigrazioni nei secoli e nei millenni da uno ad altro angolo del nostro tormentato mappamondo.

Infine si è pensato, per completare, mettendo un freno ed insieme evitando di creare stati di overdose di lettura fino al rifiuto, di presentare un lavoro che, nella sua assoluta atipicità ed originalità, dà fino in fondo il segno dei nuovi confini e delle più ampie prospettive, culturali e di ricerca, del nostro Centro con la sua Rivista. Si tratta di una puntuale lettura di “nuovi lavori” e nuovi confini nella cura fisica dell’uomo, la medicina nel campo accademico e soprattutto nell’organizzazione e gestione delle prestazioni medico – sanitarie a supporto della mera erogazione dell’assistenza medica. Antonio Esposito, docente universitario ed insieme attivo operatore ed esponente della Società Scientifica AITIC, offre, in un breve ed articolato contributo, un quadro di una figura tipica di Tecnico Sanitario in un laboratorio biomedico, così proponendo l’occasione, ancora una volta, di “aprire gli occhi” sulla fioritura e lo sviluppo di nuove professioni, funzionali alla nuova realtà di vita, relazioni e lavoro dell’uomo. Il contributo si chiude con proposte ed idee stimolanti per adeguamenti del sistema accademico e della docenza universitaria, metodologicamente e contenutisticamente adeguate al riconoscimento e valorizzazione di queste nuove attività. È un breve saggio ma è stato scelto pour cause: nel florilegio del rilancio della Rivista. Da questo il discorso più ampio che segue.

CONCLUSIONI – IL NUOVO CENTRO STUDI. I SUOI INTERESSI E LA SUA RIVISTA: NUOVI ORIZZONTI E COLLABORAZIONI.

Si è appena sopra conclusa la presentazione del primo Numero della Rivista, rinviando la ripresa periodica auspicabilmente non più interrotta da eventi cui resisti non potest, come invece avvenuto in quest’ultimo biennio, offrendo, volutamente a fronte l’un l’altro, due saggi su lavori “primari”, quello agricolo, nelle forme patologiche ed irregolari, e quello dei tecnici, sempre più necessari alla sofisticazione del servizio sanitario, campo primario della tutela della salute in tutte le sue forme dell’homo faber del Terzo Millennio. L’offerta è l’occasione per ampliare ulteriormente i nostri orizzonti di lavoro e di interesse. Da oggi il nostro Centro Studi – accogliendo un invito ed insieme una ripresa alla collaborazione antica, pur su campi di diretto interesse professionale tra lo scrivente e gli operatori del settore, il mondo dello sport, con la sua punta di diamante il calcio, con milioni di impegnati, dagli operatori tecnici o amministratori agli agonisti, sempre più “professionisti” e pertanto legati da contratti di vario tipo, e servizi funzionali alla sua vita e allo sviluppo – ha chiesto di approfittare della nostra tribuna per approfondire, discutendo norme e regolamenti, analizzando giudicati di organismi giurisdizionali o amministrativi sui temi di questa realtà, con una partecipazione anche diretta. Trattandosi di un mondo in rapido sviluppo, con enormi e non ancora ben delimitati spazi economici per il nostro e per tutti gli altri Paesi, europei e non, il Centro Studi, per sua natura e principi e valori statutari, ha accettato l’offerta, inserendo anche nel Comitato Scientifico e nella Redazione della Rivista, due esponenti, sul piano rappresentativo e culturale, per ora, del mondo del calcio, preannunciando insieme dei prossimi contributi nonché una selezione di giurisprudenza e/o documenti ufficiali della Giustizia e degli Organi amministrativi decisionali federali di questo grande mondo “dei lavori” quale il calcio professionistico, attorno al quale girano vorticosamente, trasformandolo radicalmente e facendo temere una spaventosa implosione internazionale nel mondo della finanza, anche speculativa, da anni sottoposta periodicamente a cicliche esplosioni di “bolle”.

Per ora, grazie alla AIC (Associazione Italiana Calciatori) e al nostro redattore Mario Assennato che ha collaborato attivamente a questa apertura ad un mondo del lavoro, meglio “dei lavori”, sempre più ampia e stimolante, in attesa delle pubblicazioni adesso concernenti.

Ed eccoci, certamente last, but not least, ad alcune novità che, per scelta di ampliamento di orizzonti di conoscenza sempre più necessari, caratterizzeranno, ampliandolo ed irrobustendolo, l’”albero del lavoro” (ancora una volta, rectius, dei lavori), ragione e motivo della nostra scelta.

L’opera è duplice e riguarda un aspetto metodologico doverosamente scelto da chi scrive in sintonia con la sete, da tutti sentita, in ogni campo della conoscenza e della sempre più difficile ricerca della “verità” nei fatti della vita e della storia, a fronte di una incontrollata e violenta manipolazione degli avvenimenti, anche grazie allo smodato uso dei mezzi di comunicazione, internet soprattutto. Da tempo si è ormai consolidata nelle più grandi e paludate Università statunitensi pour cause, quelle più sensibili e vicine alla sempre più esangue e ridotta, “democrazia liberale” o “radical libertaria”, come nel caso di Boston, Stanford e, soprattutto, Harward e Columbia, dove si è avuta la sorte di poter un paio di volte collaborare, la convinzione che la “vera verità” (tautologia, un po’ cacofonica ma espressiva in sé di un giudizio negativo sul mero sostantivo, come nel caso della “giustizia giusta” contrapposta ad una conclamata “ingiustizia”) diffusa per raggiungere la quale si è ritenuto necessario di imporre nei programmi nuovi, soprattutto ma non solo, delle aree umanistiche, lo studio e la conoscenza critica della storia della cultura e, innanzitutto, delle stesse lingue, quella greca e quella latina. Con questa conoscenza gli Atenei, in parola, stanno cercando di iniettare “linfa nuova” utilizzando lingue, storia, costumi, in una parola cultura e senso della vita del passato per rinvigorire criticamente, utilizzando valori ormai unanimemente riconosciuti come universali e metastorici, nell’approfondimento critico e nella prefigurazione di guidelinees per un futuro difficile da discernere e, pertanto, quasi impossibile, allo stato, di prefigurare. Per inciso, e senza nessun senso o voglia di tremenda, quasi ferale, ironia, cade qui opportuno il breve riferimento alle ultime “creazioni” del legislatore del nostro Paese, negli ultimi decenni impegnato ad una riforma della “Riforma Gentile”, mai portata a termine anzi, sempre con piccole amputazioni, trasformata in una congerie di mini-riforme senza capo né coda. Anzi, un capo ed una coda sono costanti: l’emarginazione della cultura storica e classica, con latino e greco spesso, eufemisticamente “opzionali” e, dall’altra parte, con una riduzione, in termini percentuali anche se non assoluti, degli investimenti nel campo della scuola in generale, dell’Università in particolare.

La nostra Rivista ha così scelto la strada dell’ampiamento anche nel Comitato Scientifico, nonché nel Centro Studi ad accademici del campo umanistico lato sensu per rafforzare, anzi innovare profondamente, sia nella scelta degli argomenti che nei contributi dedicati agli stessi con iniziative o saggi, abbeverandosi a questa grande fonte di sapere, nello sforzo di offrire sempre qualcosa che possa avere, nei limiti del possibile, sempre il crisma della “verità”. Così si giustifica la collaborazione impegnata di Annalisa Paradiso, Antichista, accademica negli Atenei pugliesi e lucani, ora nostra componente del rinnovato Comitato Scientifico ed impegnata collaboratrice della nostra Rivista, che, con i suoi primi “asterischi” (o “stelloncini”, come anche possono definirsi), offre brevi flash illuminanti. Questi, nella loro levità, operano uno “stacco” tra uno e altro argomento, talvolta in sintonia talaltra in assoluta autonomia, sempre cercando di inculcare attimi di riflessione, magari alleggerendo l’altrimenti forse gravoso peso dei saggi proposti in questo numero che, uscendo dopo una così lunga sosta, per questa prima volta può perfino sembrare troppo “pesante”. Sia permesso, tra gli “asterischi”, segnalarne uno che, ricordando la figura di Gino Strada anche come generosa e politicamente, a suo modo impegnata, appare l’espressione dell’intellettuale che spende le sue energie nell’unica vera “guerra”, senza le armi, ma combattuta per quei valori solidali, universali, base ed espressione della solidarietà umana, oggi rilanciata dal Soglio di Pietro, con l’inascoltata voce di Papa Francesco. Il tutto con il respiro della cultura dei secoli addietro. Altre collaborazioni, di questo tipo e di questa valenza, nel campo, ricco e sconfinato, della cultura storica e critica, della letteratura nella più ampia accezione del termine, sono già in arrivo e il nostro Centro e la nostra Rivista ne trarranno beneficio, insieme a tutti i Soci, i lettori ed i collaboratori, nel virtuoso ed arricchente scambio tra conoscenze, problemi e proposte e la più ampia cultura umanistica che rilegge funditus le ragioni del passato, gli errori e gli insegnamenti nella storia del nostro Occidente.

Una postilla. Non sfugge a chi scrive questo lungo, e forse un po’ alluvionale, Editoriale il contesto confuso, di basso profilo politico nel quale si agitano, senza un progetto organico ed una visione globale, i nostri protagonisti e i loro sodali nell’Occidente cd. democratico, a fronte di altrettanti se non, anche moralmente, peggiori “avversari” del momento, con la grande crisi istituzionale ma anche gestionale conseguente, particolarmente sul piano amministrativo interno dei vari Paesi delle Pubbliche Amministrazioni, con tragiche ricadute sulla gestione della cosa pubblica nei vari Paesi. L’esempio dell’Italia è, purtroppo, emblematico. La scelta, pertanto, di allargare, sin da oggi, il nostro interesse ai problemi e alla cultura, si fa per dire, amministrativa, prima accennata, si concretizza con l’ingresso nel Comitato Scientifico di un alto esponente della Direzione Generale dell’Inps, Ente vitale per la protezione, sul piano previdenziale ed assistenziale dei lavoratori, degli ex dipendenti o dei potenziali avventori del mondo del lavoro. Non è un ingresso formale ma culturale quello che verrà espresso dalla collaborazione della Dottoressa Maria Sciarrino, alla quale, augurando buon lavoro, chiediamo, timidamente ma molto caldamente, una concreta collaborazione editoriale.

De hoc satis: ed era ora, state per dire voi cari lettori.

Ma, per noi e per tutti i nostri collaboratori, è solo una doverosa ripresa per un: avanti, ad maiora!


[1] Queste considerazioni venivano anticipate nell’Editoriale del novembre 2020 (Anno XIV n.2) di questa Rivista.

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